(Settembre 2012)
La mia città è un paese che sta sul mare, proprio al punto più sud della penisola di Sodertorn in Svezia; al punto più nord c'è Stoccolma - il luogo dove noi ragazzi paesani una volta andavamo sempre a sentir concerti di musica rock o comprare abbigliamenti inglesi.
Il villaggio si chiama N. Abito al punto più alto del paese, vicino la raffineria di petrolio, la quale posso vedere dalla cima della collina, da cui posso anche vedere l'arcipelago del paese.
Durante i giorni quotidiani il paese è piuttosto assonnato; non c'é tanta gente in giro; c'abitano più o meno 25 mila persone. Molti abitanti prendono il trenino verso Stoccolma di mattina dove lavorano o studiano. I bar son pochi, ma di pizzerie c'è ne sono parecchie, però delle vere italiane non esiste neanche una.
L'area del paese, o diciamo il comune, è abbastanza grande; dall'inizio del novecento, quando furono costruite le raffinerie del petrolio e la fabbrica delle apparecchiature per le telecomunicazioni, venne diviso in tre parti, a nord le industrie e le casi popolari, al centro il commercio e in sud le grandi ville e gli alberghi di terme. Ma adesso è cambiato; più mescolato.
Ho provato un paio di volte a scappare da lì - una volta in Italia a Roma - ma qualcosa mi ha sempre trascinato indietro: durante l'esilio a Roma mi mancava proprio le caratteristiche rocce liscie e grigie formate nell'ultimo periodo della calotta del ghiaccio del mar baltico; ho sentito una forte nostalgia della natura. E dentro il paese mi son trasferito quasi dieci volte; ho fatto un cerchio geografico, quasi un mandalo indiano, chi sa cosa ne avrebbe detto C G Jung, lo psicoanalista degli archetipi. Ma adesso sono davvero intrappolato, ma a causa della vita molto concreta: economia.
In estate quando fa bel tempo mi piace prendere un traghetto piccolo a visitar l'isolette che ci sono, o solamente fare una gita con la famiglia alla natura presso al mare. Durante l'inverno mi piace pattinare sul ghiaccio del mare se c'è e non è nevicato, ma adesso purtroppo c'è ne.
Una volta avevo anche una barca a vela – di legno e costruita poco dopo la seconda guerra mondiale – con cui, naturalmente, ho navigato per l'arcipelago; la barca l'avevo chiamata “Iside” come la dea nella mitologia egizia di cui ero allora molto affascinato.
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