lördag 19 september 2020

Il commissario Bordelli (2004) di Marco Vichi

Il commissario Bordelli (2004) di Marco Vichi - il protagonista e gli oggetti che gli formano il carattere

Terra alla terra, cenere alla cenere, polvere alla polvere

“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Genesi 3:19, La Sacra Bibbia [2008]) 

Il suo nome - Bordelli - riassume l'eterna e confusa ricerca della Caduta dell'uomo, delle risposte, che non appaiono mai. 

Il protagonista sperimenta di trovarsi alla periferia dell'esistenza umana, dove non ci sono delle regole. Che porta il peccato originale letteralmente sulle spalle. Si tormenta spesso con le grandi domande della vita. Cosa significa vivere? Cosa sono l'amore e la morte? 

Ciò che mette in pausa le sue riflessioni solitarie sono i ricordi del tempo perduto, dell'amicizia e gli effetti benefici del suo lavoro. È come se l'autore del libro affermasse che questi temi - la storia di sé stessi, l'amicizia e il lavoro - siano la speranza della razza umana. Quindi le mosche che ronzano nella testa del protagonista vengono messe a tacere. Quindi l’uomo esiste, e godendo, senza essere consapevole che quella che sperimenta è la felicità. Può vivere, qui e ora. La morte non esiste. Quindi si potrebbe chiamarlo “Buono”. 

Bordelli è un personaggio piatto, ma è anche un essere umano composto sin dall'inizio, un Adamo scacciato dal Paradiso, punito con il vivere alla sua periferia. 

Ai bordi del Giardino dell'Eden 

Firenze, 1963; l’agosto più caldo che si ricordi. Di giorno l’asfalto bolle. Il protagonista è fradicio di sudore. Nel letto in una notte afosa d'estate non si riaddormenta, passa ore e ore a pensare confusamente, balzando da un ramo all'altro come un animale in gabbia. 

Insonne, riflette sulla donna della sua vita non ancora trovata, ché ormai è tardi: ha cinquantatré anni. Rivede in lampi di ricordi i corpi a brandelli di suoi compagni partigiani durante la guerra. Si rigira tra i lenzuoli inzuppati di sudore mentre le zanzare gli ronzano intorno e le mosche gli girano in testa. Va in bagno. Bagna il viso con l'acqua fredda. Si guarda nello specchio e pensa a una signora assassinata. Il suo mestiere è commissario della polizia di stato. 

Passa ore e ore in bianco, fumando sigarette ininterrottamente. Dalla finestra aperta però arriva finalmente un soffio di vento e le luci delle stelle illuminano la sua cella cosa che gli rende un attimo di pace. 

Si sente solo come un cane; succede che soffra come un cane; capita che ha l’aria del cane bastonato; ha visto delle persone assassinate, uccise come cani. E nelle strade deserte vede addirittura qualche cane andare in giro senza padroni - solo come lui e senza speranza di essere guidato a crearsi il proprio destino, punito da Dio per il suo primo peccato, che gli ordina di lavorare nel sudore. 

Quando visita palazzi vecchi per lavoro essi gli ricordano un'epoca passata, diventa nostalgico e malinconico e vede improvvisamente l’opportunità di un'altra vita. Gli piace vedere che le cose diventano vecchie anche loro, che si logorano; incantato da quella decadenza provocata dal tempo, e che non tocca solo a lui. Quindi si sente più sicuro di sé stesso e fiducioso che forse esista anche per lui un avvenire. 

Tracce del Paradiso perduto 

Nei giardini delle ville vecchie capita a Bordelli di voler sdraiarsi nell’erba alta e godere la pace che circonda i palazzi, restare immobile a guardare il cielo notturno e a pensare al passato, o solo addormentarsi. O al mare d’estate fantastica di sdraiarsi nudo - come Adamo, l’uomo primigenio - sulla sabbia della spiaggia deserta con gli occhi chiusi, sentire le onde sonore, senza pensare a niente, apprendere i versi dei gabbiani e scordarsi di tutto. 

Gli capita spesso di sognare a occhi aperti. Odori di mare o il profumo dei capelli biondi di una ragazza che gli piace lo riportano al passato. La testa gli si riempie di ricordi. Rivede la sua infanzia candida, serena e innocente, accanto ai suoi parenti, alla villa del mare d’estate; vede apparire il pergolato di passiflora delle zie - come l’Albero della vita nel Giardino di Eden - ; si ritrova davanti il viso di Annina, una cameriera che gli piaceva tanto allora, il suo primo amore - Eva, la prima donna da Dio creata. 

Pensa spesso al suo compagno di guerra con grande piacere, la loro amicizia, quando andavano in pattuglia, imbracciando mitra pronti a sparare, silenziosi come gatti, per liberare l'Italia dal fascismo e dall'occupazione nazista; quando restavano a mangiare o dormire, o si facevano due chiacchiere sulla vita. Allora sorride. 

Piace organizzare cene con i suoi amici d’adesso, mangiare insieme e parlare ore dopo ore dei ricordi di ognuno, dei tempi passati, del paradiso; della loro gioventù, delle fidanzate e della guerra vent’anni prima. Allora è felice. 

Piace essere ossessionato dal suo mestiere, rimuginare sugli omicidi, fare indagini col suo assistente e andare in giro per scoprire la verità dei delitti. Di essere davvero presente nell’istante del qui e ora. La sua natura è di occuparsi del lavoro. Allora i suoi pensieri malinconici non sono presenti, le sue paure fisse di essere o non essere, dormire o morire - di essere espulso dal Paradiso sono lontane. 



BIBLIOGRAFIA 

La Sacra Bibbia; Pentatueco (2008). Preghiamo.org. Formato PDF 
Vichi, Marco, (2016). Il commissario Bordelli. TEA. Ebook 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO 

https://context.reverso.net (ultimo accesso 20191202)
https://it.wikipedia.org/wiki/Bibbia
https://sv.glosbe.com/ 
https://www.coniugazione.it
https://www.google.com 

tisdag 7 april 2020

Storia della mia gente (2010) di Edoardo Nesi.

"Narrami, o musa, del protagonista multiforme, che tanto vagò: di molti libri e saggi lesse e scrisse, le città lontane visitò, di tanti bei film vide, conobbe i pensieri, molti dolori patì sul mare nell'animo suo, per riacquistare a sé la vita e alla sua gente il riconoscimento."*

Durante la Milanesiana 2007 il narratore di Nesi viene improvvisamente fulminato dal pensiero che al pubblico possa proprio interessar la storia di cui egli sta parlando, un problema che da anni lo tormenta: la soppressione dei sogni più deboli e innocenti sebbene più vitali degli artigiani d’Italia, e che il declino e la sofferenza della sua gente non vengano dimenticati.

Il narratore compirà presto cinquant’anni e sente il bisogno di stampare ciò che la sua vita è stata finora. Prova un certo disagio ad aver dovuto porre termine al dono dei suoi antenati, un'industria tessile, di aver rotto i legami con l’opera della loro vita.

Vuole capire come tutto sia collegato; quale ruolo ha avuto nelle reti di racconti in cui ha viaggiato finora; si siede al suo telaio immaginario a tessere dalla memoria gli eventi che hanno creato il professionista e l'uomo che è oggi.

Come si è trasformato da un figlio di papà che voleva solo leggere e stare lontano dal lavoro, che voleva solo fare viaggi continui negli Stati Uniti, a una persona leale  verso la sua gente, i piccoli e medi imprenditori tessili che hanno mandato avanti  la provincia di Prato dal dopoguerra.

Il narratore combatte per le aziende, come se fosse ritornato a casa come Ulisse dalla guerra di Troia. Carica il suo arco, contro gli intrusi sfacciati che hanno violentato il lavoro della sua gente, innanzitutto quei politici che non capivano come proteggere gli interessi economici degli artigiani dalla liberazione totale degli scambi commerciale durante gli anni Novanta.

È di una famiglia ricca. Da giovane non capiva davvero come fosse collegato il mondo; negli USA, a San Francisco, si chiedeva continuamente come potessero campare i cittadini senza lavorare nell’industria tessile. Da dove tiravano i denari? Non vedeva da nessuna parte delle costruzioni che assomigliavano a tessiture.

"Cantami, o Diva, dell'ira funesta dell’imprenditore tessile di Prato che infiniti addusse improperi ai sostenitori di una globalizzazione sfrenata."*

Letteratura e film lo aiutano a capire cosa è successo. È come se l'arte creasse. Chi sono i suoi. Dove ha le sue radici. Come è diventato quello che è. Come vita e arte siano indissolubilmente legate.

Quando il narratore visita il capannone dei suoi genitori, la tessitura, che ora è stato venduto, non può esprimere le sue parole. Quindi prende l'aiuto di un film, L'orgoglio degli Amberson di Orson Welles. Si ricorda una scena che riesce a descrivere pittoricamente l'interno di un palazzo di famiglia, la bellezza di un’epoca: la macchina da presa che si muove come appesa nell’aria nelle stanze splendidamente ricostruite della stupenda casa-castello. Si ricorda di aver letto come il grande regista commentò il film quando l’ebbe visto per la prima volta: che tutto era finito; che tutto apparteneva al passato. Questi dolceamari pezzi d’arte aiutano il narratore a rimpiangere il proprio tempo andato, ormai perduto per sempre.

All'inizio della sua carriera di apprendista nell'azienda, quando non sapeva davvero se stesse facendo la scelta giusta né come funzionasse la magia della vita, si portava sempre dietro il romanzo Sotto il vulcano di Malcolm Lowry, come se fosse il Vangelo. Forse lo era. Il protagonista del libro è inseguito da un complesso tenebroso di colpa ed è impotente nel risanare un rapporto con la moglie. Allo stesso modo, il nostro narratore non è sicuro che la vita professionale nell'industria tessile a cui si sta dirigendo sia quella giusta. In gioventù era un vagabondo irrequieto che aveva attraversato diverse volte l'Atlantico per gli studi universitari. In modo coerente, il personaggio principale di Lowry, vaga, confuso, senza scopo e significato nella vita.

Quando il nostro narratore, molti anni dopo, sorseggia un Martini sulla veranda di una famosa sala da ballo a Forte dei Marmi, ci spiega quanto sia incredibilmente felice. Coglie anche l'opportunità per informarci un po’ sulle abitudini alcoliche di altri grandi scrittori, come Fitzgerald e Hemingway. Entrambi morirono a causa della loro  dipendenza dall’alcool. Il nostro narratore dice che vuole finire il libro che stiamo leggendo prima che anche il suo cuore si spenga.

Anche l'alcool nella vita dell'autore Malcolm Lowry porta gravi problemi ma modella anche il carattere del protagonista del suo capolavoro: un personaggio che inciampa inquieto cercando del liquore, in un piccolo paese in Messico durante la festa del Giorno dei Morti, che anche sarà il suo ultimo.

In Sotto il vulcano il vecchio mondo sta crollando; il nazismo è in aumento e la Seconda guerra mondiale è alle porte. Il protagonista, un console inglese, alcolizzato e sperso, girovaga in una cultura che  non gli  appartiene. Analogamente il sistema delle piccole imprese della regione del narratore si trovano ad affrontare cambiamenti molto impegnativi per il mercato del lavoro: disoccupazione e disperazione; immigrazione incontrollata; xenofobia; contraffazione; violazione del copyright. Riferisce che i politici italiani non hanno affatto compreso come proteggere e assimilare il mercato interno per sfidare la globalizzazione.

Eppure, è un libro del narratore stesso che definitivamente segnala il proprio  destino. Durante una dimostrazione in difesa del tessile pratese incontra “la sua gente” che gli  rende omaggio per aver predetto il declino del settore in un romanzo uscito 10 anni prima. Diventa un’illuminazione che gli permette finalmente di rendersi conto di chi è: lo scrittore che dà vita ai personaggi che ha dentro di sé; fantasmi che gli spiegano che il costo della vita sono i ricordi.

Ora sa che non vivrà più nella splendente bellezza fitzgeraldiana nella quale credeva di vivere quand’aveva diciott’anni e i suoi sogni non avevano limiti e il futuro era un grande dono luminoso. Infatti, già allora l’avvocato alcolizzato Frank Galvin [Paul Newman] nel film Il verdetto gli aveva fornito una perla di saggezza: “Nella vita perlopiù ci sentiamo smarriti”

* adattato liberamente dai proemi dell’Iliade e dell'Odissea di Omero.

BIBLIOGRAFIA

Homeros (1999). Iliaden [Iliade]. Stockholm: Natur och kultur
Homeros (1995). Odysséen [Odissea]. Stockholm: Natur och kultur
Lowry, Malcolm (1996). Under vulkanen [Sotto il vulcano]. Stockholm: EBFA
Nesi, Edoardo (2012). Storia della mia gente: la rabbia e l'amore della mia vita da industriale di provincia. [Milano]: Bompiani. [Edizione digitale; eBook].

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

https://context.reverso.net (ultimo accesso 20200109)
https://it.wikipedia.org/wiki/Proemio_dell%27Iliade
https://it.wikipedia.org/wiki/Proemio_dell%27Odissea
https://it.wikipedia.org/wiki/Sotto_il_vulcano_(romanzo)
https://sv.glosbe.com/
https://www.coniugazione.it
https://www.google.com
http://www.lamilanesiana.eu/

söndag 1 december 2019

La parola ebreo (2011) di Rosetta Loy

Un requiem dell’Olocausto italiano. 

Nella Svezia del XXI secolo leggo delle notizie su decisioni prese velocemente da alcune municipalità del paese per vietare l'accattonaggio in determinati luoghi delle città. A mio parere è un modo mascherato di negare alla gente di origine non svedese l'accesso a un possibile sostentamento, per fargli lasciare il paese.

Immagino - dopo aver letto le leggi razziali senza scrupoli compilate dal regime fascista nel La parola ebreo - che i genitori del narratore  abbiano notato allo stesso modo le proibizioni agli ebrei d’Italia di avere  un lavoro o essere membri di associazioni - di strappar loro l’identità italiana!

Naturalmente, nella Svezia di oggi esistono proteste per il divieto professionale dei migranti dell'UE, ma non sono rumorose; presumibilmente altrettanto impotenti come lo  erano in Italia durante il fascismo alla fine degli anni '30, secondo il narratore.

Le conseguenze per gli ebrei d'Italia divennero terribili con gli anni che seguirono, con la deportazione di 1259 persone il 16 ottobre del 1943 del ghetto di Roma, quasi tutta la comunità, come culmine della tragedia. Quali fossero le conseguenze indirette in Italia della persecuzione subita dal 1938  possono essere difficili da indicare , ma probabilmente la minoranza ebraica si chiuse in se stessa ancora di più. Nemmeno la loro cittadinanza italiana li protesse. E erano  vissuti nel paese  fin dai tempi antichi.

Io stesso  ho paura , in un prossimo futuro in  Svezia, di vedere anch’io un essere umano in pigiama con la schiena appoggiata a un muro esterno al quinto piano di un palazzo, e allo stesso tempo capire che ci sono agenti del governo nel suo appartamento. Funzionari che hanno arrestato personae non gratae che non hanno avuto il tempo di nascondersi. E il piccolo pulmino che si trova sulla strada per ulteriori trasporti verso l'aeroporto e fuori dal paese.

Rimarrò lì sulla strada sottostante, impotente e disarmato come i civili romani che assistettero alla stessa orribile scena recitata davanti ai loro occhi appena 75 anni prima. Mi fermerò con la mia busta della spesa dell'ICA e alzerò lo sguardo lungo la facciata e la persecuzione che sta accadendo. Vedrò anch’io muti astanti attorno a me.

Probabilmente mi lamenterò con la stessa discrezione del padre dell’autrice, spaventato per la  mia stessa pelle e quella della mia famiglia. So a che tragedia potrei esporre ai miei cari se parlassi e protestassi ad alta voce. 

Nel romanzo La parola ebreo si può leggere questo problema tra le righe, anche se il narratore mentalmente non lo  sperimentò all’epoca, ora lo riesuma 50 anni dopo, mostrando le difficoltà che i suoi genitori non fascisti/non ebraici attraversarono. Il narratore ha vissuto quel terribile momento storico, ma da piccola sperimentava la vulnerabilità degli ebrei solo in superficie. Non nota come l’amico di suo fratello viene sempre più raramente  a suonare alla porta. Ma osserva come un altro vicino di casa viene sempre più trattato male dalla portiera. Incontra sempre meno questa gente nella scala del  suo palazzo. 

In questo modo il suo libro è un resoconto personale estremamente importante di come una società e il suo popolo cadano a pezzi. È una protesta contro i sovrani che la portarono a questa rovina. È un avvertimento a tutti gli esseri umani di stare attenti e di proteggere i diritti umani.

Da adulta l’autrice  viaggia nella sua memoria, ricordando i quartieri in cui viveva da bambina; vuole entrare in contatto con la ragazzina che era allora e il suo rapporto con  la parola ebreo; una fanciulla borghese politicamente incosciente proveniente da una buona famiglia cattolica. Ora narra il requiem degli ebrei perseguitati e assassinati durante il ventennio fascista mentre  allora ne era stata il testimone inconsapevole.

Le preghiere che non le fu chiesto di pregare da bambina, le invoca ora. Ha composto un mazzo di fioretti; espone una sorta di confessione collettiva dei peccati e dà un resoconto sia delle grandi sia  delle piccole tragedie ebraiche che sono avvenute con il silenzio della Santa Sede (avvenute anche a poche centinaia di metri da essa) e per le  leggi razziali del regime di Mussolini. Segue il destino di alcuni personaggi secondari dalla fine degli anni ‘30 a metà degli anni ‘40. Mentre lei stessa, personaggio principale, spensierata o eccitata per le scene della guerra, andava avanti e indietro con i suoi tra la  capitale Roma e le località di villeggiatura nel nord durante le sue vacanze scolastiche.

Come libro di saggistica, resoconto personale e romanzo, il testo di Rosetta assomiglia ad un libro svedese dell’Olocausto che si intitola Om detta må ni berätta (Ditelo ai vostri figli), pubblicato dal  governo svedese. Il libro è stato distribuito gratuitamente in oltre un milione e mezzo di copie alle famiglie svedesi con bambini nella scuola elementare. Il titolo del libro fa riferimento a un estratto del libro di Gioele 1: 3 dell'Antico Testamento "Raccontatelo ai tuoi figli e ai loro figli ai loro figli e ai loro figli alla generazione seguente."

Allo stesso modo in cui Rosetta Loy sosteneva la religione nel suo romanzo, il libro svedese utilizza diverse citazioni della Bibbia per far giungere il suo messaggio; l’Olocausto fu, dopo tutto, formato da ossessioni di dimensioni bibliche: dopo la presa e distruzione di Gerusalemme e saccheggio del Tempio Santo del 70 d.C. gli ebrei vissero dispersi nelle varie regioni prima nell’Impero Romano poi nell'Europa.

Una differenza tra i libri è che il La parola ebreo affronta in modo specifico l'Olocausto in Italia, mentre Ditelo ai vostri figli si occupa dell'Olocausto europeo. Una seconda diversità è che il libro di Loy punta il dito l sull’acquiescenza della Santa Sede nella situazione ebraica mentre Ditelo ai vostri figli affronta l'incapacità dei regimi europei di rendersi conto della dimensione e della misura dei terribili crimini dei nazisti tedeschi verso gli ebrei, sul genocidio dei Rom, sull'uccisione in massa dei disabili e sulla persecuzione e l'assassinio di omosessuali e dissidenti. Una terza differenza è che nell’opera di  Loy esiste un narratore interno, nel Ditelo ai vostri figli è esterno. 


BIBLIOGRAFIA

Bruchfeld, Stéphane & Levine, Paul A. (1998). -om detta må ni berätta-: en bok om förintelsen i Europa 1933-1945. Stockholm: Regeringskansliet

Loy, Rosetta (2018). La parola ebreo. Torino: Einaudi. Ebook

fredag 6 september 2019

“Educazione motoristica; Tolgo il chiusino” (Severgnini, 2015, pp. 227-230)

Si diventa pure svedesi (parte nona); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Severgnini (2015: 227) narra che “Tra i molti sport che la mia generazione ha frequentato // con molta passione, c’è anche questo: motociclette avanti e indietro tra i campi e su e giù per le montagne”

Una volta andavo sempre in bicicletta, a scuola, a liceo, in ogni stagione dell'anno; avevo delle gomme speciali con i chiodi per la neve o il ghiaccio dell'inverno, e gliele mettevo alla bici della prima caduta della neve e gliele toglievo nel primo giorno di calore in primavera.

D’estate, durante le vacanze, facevo spesso delle gite in bicicletta, per esempio all' isola Gotland, e allora la bicicletta era completamente piena degli zaini in cui avevo messo roba da camping. Ma, dimenticavo sempre l’impermeabile a casa e le piogge estive della campagna dell'isola mi facevano sempre bagnato completamente.

In Italia, o diciamo Roma, non ci sono mai salito su una bicicletta. Ma d’estate sulla costa tirrenica, a golfo di Gaeta, nel condominio di L. l’ho fatto perché spesso m’era toccato di portare la spazzatura al posto in cui si trova il grande serbatoio delle immondizie ed era troppo lontano a piedi a tarda sera nel buio. Stava proprio al confine tra il villaggio e il mondo comune ostile da cui si voleva sempre scappare il più possibile dopo aver lasciato le buste dei detriti - e allora la bicicletta mi era servita benissimo!

Oggi sono senza bicicletta; la mia ultima l’ho regalata a mio figlio perché io non ne avevo più bisogno; ora sono pigro e vado in auto.

Ma la ultima bicicletta era un tipo da militare, robusta color verde scuro; aveva proprio fatto il servizio militare alla Base Marina Militare di M. finché entrambi andarono in pensione, cioè la base militare e la bicicletta, e allora io la comprai, la bicicletta. Ne ho avuto un paio di biciclette militari. Ma ora sto senza qualsiasi tipo.

BIBLIOGRAFIA

Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli

"Educazione erotica; Barbara e le altre" (Severgnini, 2015, pp. 211-216)

Si diventa pure svedesi (parte ottava); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Severgnini (2015: 211) narra che “Le donne dello schermo, infatti, non ci attiravano [dall'adolescenza in poi] soltanto per il loro aspetto. C’impartivano anche una rudimentale educazione sentimentale”.

In una delle tante scene indimenticabili della donna dello schermo, che mi rimarrà cara per tutta la vita, si sente un uomo continuamente ululare da un albero di cui si è arrampicato: “Voglio una donna! l lamento sentimentale risuona e riecheggia lontano nella campagna pastorale.

La sua famiglia cerca di farlo tacere e scendere, ma invece incomincia lanciare sassolini a loro che allora devono cercare riparo dietro alberi attorno. Non scende ma il canto continua: “Voglio una donna!”.

Alla fine, la famiglia deve chiamare gli infermieri dell'ospedale da dove viene il loro parente “in bisogno di una donna”.

Il film si chiama “Amarcord”. È di Federico Fellini dal 1973, e si svolge in un paese d'Italia orientale sul mare negli anni '30 e si tratta ricorrente dei maschi (di Fellini) e il loro relazione alle immagini delle donne.

Le divise bianche arrivano colla loro ambulanza e la bella domenica è finita.

È stata una bella giornata di primavera e il fratello del parente, che era tanto orgoglioso di sé stesso e della sua automobile, il suo simbolo della potenza propria, della sua ricchezza. Ha pensato di aver fatto una cosa buonissima portare il fratello a una gita fuori le mura della clinica insieme alla famiglia in sua grande auto. Ma finisce di essersi trovato in questo disonore col fratello che non vuole scendere dall'albero finché non gli hanno portato una donna!

BIBLIOGRAFIA

Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli

”Europarty" (Severgnini, 2015, pp. 181-191).

Si diventa pure svedesi (parte settima); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Il mio primo incontro con l'Italia - cioè Brindisi (e il cesso turco al porto) - fu una grande delusione. Ma presi il treno a Roma. Dopotutto, le (all'Italia) avrei dato una seconda possibilità.

E fu cruciale la mia prima visita nella capitale nel 1980.

Severgnini (2015: 189) narra che ”In occasione del viaggio a Berlino // [Melanie] mi ha [Beppe Severgnini] trascinato al Metropol per ascoltare i Talking Heads.

Al Palasport EUR vidi i Talking Heads suonare. Mi ricordo che Radio Città Futura (l'unica emittente radiofonica d’allora che mi è ancora rimasta in luce) trasmetteva più o meno non-stop canzoni del loro appena uscito quarto album ‘Remain in light’ i giorni prima del concerto. (Era A. che si assunse il compito di educarmi musicalmente e che mi ci portò quella sera.)

Sì, questo concerto mi faceva proprio rimanere in luce quella serata e l'epoca della mia vita negli inizi di anni ’80; il Palazzo stracolmo di gente, aveva addirittura invaso anche le tribune dietro il palco.

Dopo la solita estenuante attesa si rispensero le luci del palazzo e si accesero i riflettori sul palco: i quattro membri con il loro capo, David Byrne, attaccarono con ‘Psycho Killer’, e il pubblico iniziò a ballare; non avrebbe più smesso per le successive due ore.

Io non avevo il coraggio di scendere dalla tribuna al caos della pista da ballo in fronte al palco. Ero rimasto lì con un ragazzo scuro che mi offrì di consumare insieme una sua sigaretta senza filtro, come un calumet della pace; fu forte il tabacco, e il composto chimico e le onde sonore furono qualcosa più "Borner" che "Killer", più una rinascita che una lapidata a morte; una ripresa che dura ancora!

Severgnini (2015: 189) racconta che i Talking Heads erano “destinati a diventare la colonna sonora di miei [suoi] vent’anni”.

E trent’anni dopo il mio cellulare squilla ancora THIS MUST BE THE PLACE/QUESTO DEVE ESSERE IL POSTO perché andai a quello concerto di Talking Heads.

BIBLIOGRAFIA

Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli

”Spazzatura per ricordo" (Severgnini, 2015, pp. 169-180).

Si diventa pure svedesi (parte sesta); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Severgnini narra che "L'avevamo sognata, immaginata, desiderata, attesa, discussa, invocata, fiutata. Poi l'abbiamo vista: [l'America] era diversa." (op.cit., p. 169).

Krk, una piccola isola insignificante con piccole spiagge di ciottoli, alla costa Croazia - un tiro di schioppo dalla ex provincia italiana di Fiume - non era un gran che. Restammo in silenzio per un po’, ci mettemmo a guardare l’acqua turchese, ma tanto lontano dall'incanto che avevamo sognato nel suo nome magico. Prendemmo il cammino più veloce per tornare sulla terraferma e il treno che ci avrebbe portato a sud, alle spiagge sabbiose.

Severgnini dice che "Di notte, invece, cercavamo la quiete. Trasformavamo i brutti divani [nel camper] in letti scomodi, chiudevamo le tende ..." (op.cit., p.174).

Prendevamo sempre i treni notturni. Ci davamo sempre spazio per dormire gratuitamente in uno scompartimento. Spesso, in prima mattina, saliva un residente locale a bordo e pensava che stessimo morendo di fame e ci offriva pecorino e pane.

Lasciammo la Greca occidentale e Corfù, e le desolate spiagge sabbiose e prendemmo il traghetto notturno a Brindisi. Eravamo stati stufati di sacchi a pelo, sabbia e mari turchesi. Volemmo andare alla città eterna - ROMA.

Severgnini racconta che "Quello che lasciava senza fiato — in senso letterale e figurato — era il W.C [nel camper]." (172).

Nel porto in Italia era una lunga fila per passare il controllo dei passaporti. Dovemmo andare in bagno. Lo trovammo il "CESSO ALLA TURCA", ma pensammo che il vaso sanitario fosse stato rubato perché fu solo un buco nel pavimento del bagno. Capimmo per un po’, del flusso degli uomini silenziosi e determinati che il gabinetto fu un lusso che non ci fu mai stato. Eravamo davvero in Italia? Era questa la strada per ROMA - la capitale dell'antico Impero Romano?

BIBLIOGRAFIA

Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli