söndag 1 december 2019

La parola ebreo (2011) di Rosetta Loy

Un requiem dell’Olocausto italiano. 

Nella Svezia del XXI secolo leggo delle notizie su decisioni prese velocemente da alcune municipalità del paese per vietare l'accattonaggio in determinati luoghi delle città. A mio parere è un modo mascherato di negare alla gente di origine non svedese l'accesso a un possibile sostentamento, per fargli lasciare il paese.

Immagino - dopo aver letto le leggi razziali senza scrupoli compilate dal regime fascista nel La parola ebreo - che i genitori del narratore  abbiano notato allo stesso modo le proibizioni agli ebrei d’Italia di avere  un lavoro o essere membri di associazioni - di strappar loro l’identità italiana!

Naturalmente, nella Svezia di oggi esistono proteste per il divieto professionale dei migranti dell'UE, ma non sono rumorose; presumibilmente altrettanto impotenti come lo  erano in Italia durante il fascismo alla fine degli anni '30, secondo il narratore.

Le conseguenze per gli ebrei d'Italia divennero terribili con gli anni che seguirono, con la deportazione di 1259 persone il 16 ottobre del 1943 del ghetto di Roma, quasi tutta la comunità, come culmine della tragedia. Quali fossero le conseguenze indirette in Italia della persecuzione subita dal 1938  possono essere difficili da indicare , ma probabilmente la minoranza ebraica si chiuse in se stessa ancora di più. Nemmeno la loro cittadinanza italiana li protesse. E erano  vissuti nel paese  fin dai tempi antichi.

Io stesso  ho paura , in un prossimo futuro in  Svezia, di vedere anch’io un essere umano in pigiama con la schiena appoggiata a un muro esterno al quinto piano di un palazzo, e allo stesso tempo capire che ci sono agenti del governo nel suo appartamento. Funzionari che hanno arrestato personae non gratae che non hanno avuto il tempo di nascondersi. E il piccolo pulmino che si trova sulla strada per ulteriori trasporti verso l'aeroporto e fuori dal paese.

Rimarrò lì sulla strada sottostante, impotente e disarmato come i civili romani che assistettero alla stessa orribile scena recitata davanti ai loro occhi appena 75 anni prima. Mi fermerò con la mia busta della spesa dell'ICA e alzerò lo sguardo lungo la facciata e la persecuzione che sta accadendo. Vedrò anch’io muti astanti attorno a me.

Probabilmente mi lamenterò con la stessa discrezione del padre dell’autrice, spaventato per la  mia stessa pelle e quella della mia famiglia. So a che tragedia potrei esporre ai miei cari se parlassi e protestassi ad alta voce. 

Nel romanzo La parola ebreo si può leggere questo problema tra le righe, anche se il narratore mentalmente non lo  sperimentò all’epoca, ora lo riesuma 50 anni dopo, mostrando le difficoltà che i suoi genitori non fascisti/non ebraici attraversarono. Il narratore ha vissuto quel terribile momento storico, ma da piccola sperimentava la vulnerabilità degli ebrei solo in superficie. Non nota come l’amico di suo fratello viene sempre più raramente  a suonare alla porta. Ma osserva come un altro vicino di casa viene sempre più trattato male dalla portiera. Incontra sempre meno questa gente nella scala del  suo palazzo. 

In questo modo il suo libro è un resoconto personale estremamente importante di come una società e il suo popolo cadano a pezzi. È una protesta contro i sovrani che la portarono a questa rovina. È un avvertimento a tutti gli esseri umani di stare attenti e di proteggere i diritti umani.

Da adulta l’autrice  viaggia nella sua memoria, ricordando i quartieri in cui viveva da bambina; vuole entrare in contatto con la ragazzina che era allora e il suo rapporto con  la parola ebreo; una fanciulla borghese politicamente incosciente proveniente da una buona famiglia cattolica. Ora narra il requiem degli ebrei perseguitati e assassinati durante il ventennio fascista mentre  allora ne era stata il testimone inconsapevole.

Le preghiere che non le fu chiesto di pregare da bambina, le invoca ora. Ha composto un mazzo di fioretti; espone una sorta di confessione collettiva dei peccati e dà un resoconto sia delle grandi sia  delle piccole tragedie ebraiche che sono avvenute con il silenzio della Santa Sede (avvenute anche a poche centinaia di metri da essa) e per le  leggi razziali del regime di Mussolini. Segue il destino di alcuni personaggi secondari dalla fine degli anni ‘30 a metà degli anni ‘40. Mentre lei stessa, personaggio principale, spensierata o eccitata per le scene della guerra, andava avanti e indietro con i suoi tra la  capitale Roma e le località di villeggiatura nel nord durante le sue vacanze scolastiche.

Come libro di saggistica, resoconto personale e romanzo, il testo di Rosetta assomiglia ad un libro svedese dell’Olocausto che si intitola Om detta må ni berätta (Ditelo ai vostri figli), pubblicato dal  governo svedese. Il libro è stato distribuito gratuitamente in oltre un milione e mezzo di copie alle famiglie svedesi con bambini nella scuola elementare. Il titolo del libro fa riferimento a un estratto del libro di Gioele 1: 3 dell'Antico Testamento "Raccontatelo ai tuoi figli e ai loro figli ai loro figli e ai loro figli alla generazione seguente."

Allo stesso modo in cui Rosetta Loy sosteneva la religione nel suo romanzo, il libro svedese utilizza diverse citazioni della Bibbia per far giungere il suo messaggio; l’Olocausto fu, dopo tutto, formato da ossessioni di dimensioni bibliche: dopo la presa e distruzione di Gerusalemme e saccheggio del Tempio Santo del 70 d.C. gli ebrei vissero dispersi nelle varie regioni prima nell’Impero Romano poi nell'Europa.

Una differenza tra i libri è che il La parola ebreo affronta in modo specifico l'Olocausto in Italia, mentre Ditelo ai vostri figli si occupa dell'Olocausto europeo. Una seconda diversità è che il libro di Loy punta il dito l sull’acquiescenza della Santa Sede nella situazione ebraica mentre Ditelo ai vostri figli affronta l'incapacità dei regimi europei di rendersi conto della dimensione e della misura dei terribili crimini dei nazisti tedeschi verso gli ebrei, sul genocidio dei Rom, sull'uccisione in massa dei disabili e sulla persecuzione e l'assassinio di omosessuali e dissidenti. Una terza differenza è che nell’opera di  Loy esiste un narratore interno, nel Ditelo ai vostri figli è esterno. 


BIBLIOGRAFIA

Bruchfeld, Stéphane & Levine, Paul A. (1998). -om detta må ni berätta-: en bok om förintelsen i Europa 1933-1945. Stockholm: Regeringskansliet

Loy, Rosetta (2018). La parola ebreo. Torino: Einaudi. Ebook

fredag 6 september 2019

“Educazione motoristica; Tolgo il chiusino” (Severgnini, 2015, pp. 227-230)

Si diventa pure svedesi (parte nona); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Severgnini (2015: 227) narra che “Tra i molti sport che la mia generazione ha frequentato // con molta passione, c’è anche questo: motociclette avanti e indietro tra i campi e su e giù per le montagne”

Una volta andavo sempre in bicicletta, a scuola, a liceo, in ogni stagione dell'anno; avevo delle gomme speciali con i chiodi per la neve o il ghiaccio dell'inverno, e gliele mettevo alla bici della prima caduta della neve e gliele toglievo nel primo giorno di calore in primavera.

D’estate, durante le vacanze, facevo spesso delle gite in bicicletta, per esempio all' isola Gotland, e allora la bicicletta era completamente piena degli zaini in cui avevo messo roba da camping. Ma, dimenticavo sempre l’impermeabile a casa e le piogge estive della campagna dell'isola mi facevano sempre bagnato completamente.

In Italia, o diciamo Roma, non ci sono mai salito su una bicicletta. Ma d’estate sulla costa tirrenica, a golfo di Gaeta, nel condominio di L. l’ho fatto perché spesso m’era toccato di portare la spazzatura al posto in cui si trova il grande serbatoio delle immondizie ed era troppo lontano a piedi a tarda sera nel buio. Stava proprio al confine tra il villaggio e il mondo comune ostile da cui si voleva sempre scappare il più possibile dopo aver lasciato le buste dei detriti - e allora la bicicletta mi era servita benissimo!

Oggi sono senza bicicletta; la mia ultima l’ho regalata a mio figlio perché io non ne avevo più bisogno; ora sono pigro e vado in auto.

Ma la ultima bicicletta era un tipo da militare, robusta color verde scuro; aveva proprio fatto il servizio militare alla Base Marina Militare di M. finché entrambi andarono in pensione, cioè la base militare e la bicicletta, e allora io la comprai, la bicicletta. Ne ho avuto un paio di biciclette militari. Ma ora sto senza qualsiasi tipo.

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Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli

"Educazione erotica; Barbara e le altre" (Severgnini, 2015, pp. 211-216)

Si diventa pure svedesi (parte ottava); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Severgnini (2015: 211) narra che “Le donne dello schermo, infatti, non ci attiravano [dall'adolescenza in poi] soltanto per il loro aspetto. C’impartivano anche una rudimentale educazione sentimentale”.

In una delle tante scene indimenticabili della donna dello schermo, che mi rimarrà cara per tutta la vita, si sente un uomo continuamente ululare da un albero di cui si è arrampicato: “Voglio una donna! l lamento sentimentale risuona e riecheggia lontano nella campagna pastorale.

La sua famiglia cerca di farlo tacere e scendere, ma invece incomincia lanciare sassolini a loro che allora devono cercare riparo dietro alberi attorno. Non scende ma il canto continua: “Voglio una donna!”.

Alla fine, la famiglia deve chiamare gli infermieri dell'ospedale da dove viene il loro parente “in bisogno di una donna”.

Il film si chiama “Amarcord”. È di Federico Fellini dal 1973, e si svolge in un paese d'Italia orientale sul mare negli anni '30 e si tratta ricorrente dei maschi (di Fellini) e il loro relazione alle immagini delle donne.

Le divise bianche arrivano colla loro ambulanza e la bella domenica è finita.

È stata una bella giornata di primavera e il fratello del parente, che era tanto orgoglioso di sé stesso e della sua automobile, il suo simbolo della potenza propria, della sua ricchezza. Ha pensato di aver fatto una cosa buonissima portare il fratello a una gita fuori le mura della clinica insieme alla famiglia in sua grande auto. Ma finisce di essersi trovato in questo disonore col fratello che non vuole scendere dall'albero finché non gli hanno portato una donna!

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Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli

”Europarty" (Severgnini, 2015, pp. 181-191).

Si diventa pure svedesi (parte settima); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Il mio primo incontro con l'Italia - cioè Brindisi (e il cesso turco al porto) - fu una grande delusione. Ma presi il treno a Roma. Dopotutto, le (all'Italia) avrei dato una seconda possibilità.

E fu cruciale la mia prima visita nella capitale nel 1980.

Severgnini (2015: 189) narra che ”In occasione del viaggio a Berlino // [Melanie] mi ha [Beppe Severgnini] trascinato al Metropol per ascoltare i Talking Heads.

Al Palasport EUR vidi i Talking Heads suonare. Mi ricordo che Radio Città Futura (l'unica emittente radiofonica d’allora che mi è ancora rimasta in luce) trasmetteva più o meno non-stop canzoni del loro appena uscito quarto album ‘Remain in light’ i giorni prima del concerto. (Era A. che si assunse il compito di educarmi musicalmente e che mi ci portò quella sera.)

Sì, questo concerto mi faceva proprio rimanere in luce quella serata e l'epoca della mia vita negli inizi di anni ’80; il Palazzo stracolmo di gente, aveva addirittura invaso anche le tribune dietro il palco.

Dopo la solita estenuante attesa si rispensero le luci del palazzo e si accesero i riflettori sul palco: i quattro membri con il loro capo, David Byrne, attaccarono con ‘Psycho Killer’, e il pubblico iniziò a ballare; non avrebbe più smesso per le successive due ore.

Io non avevo il coraggio di scendere dalla tribuna al caos della pista da ballo in fronte al palco. Ero rimasto lì con un ragazzo scuro che mi offrì di consumare insieme una sua sigaretta senza filtro, come un calumet della pace; fu forte il tabacco, e il composto chimico e le onde sonore furono qualcosa più "Borner" che "Killer", più una rinascita che una lapidata a morte; una ripresa che dura ancora!

Severgnini (2015: 189) racconta che i Talking Heads erano “destinati a diventare la colonna sonora di miei [suoi] vent’anni”.

E trent’anni dopo il mio cellulare squilla ancora THIS MUST BE THE PLACE/QUESTO DEVE ESSERE IL POSTO perché andai a quello concerto di Talking Heads.

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Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli

”Spazzatura per ricordo" (Severgnini, 2015, pp. 169-180).

Si diventa pure svedesi (parte sesta); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Severgnini narra che "L'avevamo sognata, immaginata, desiderata, attesa, discussa, invocata, fiutata. Poi l'abbiamo vista: [l'America] era diversa." (op.cit., p. 169).

Krk, una piccola isola insignificante con piccole spiagge di ciottoli, alla costa Croazia - un tiro di schioppo dalla ex provincia italiana di Fiume - non era un gran che. Restammo in silenzio per un po’, ci mettemmo a guardare l’acqua turchese, ma tanto lontano dall'incanto che avevamo sognato nel suo nome magico. Prendemmo il cammino più veloce per tornare sulla terraferma e il treno che ci avrebbe portato a sud, alle spiagge sabbiose.

Severgnini dice che "Di notte, invece, cercavamo la quiete. Trasformavamo i brutti divani [nel camper] in letti scomodi, chiudevamo le tende ..." (op.cit., p.174).

Prendevamo sempre i treni notturni. Ci davamo sempre spazio per dormire gratuitamente in uno scompartimento. Spesso, in prima mattina, saliva un residente locale a bordo e pensava che stessimo morendo di fame e ci offriva pecorino e pane.

Lasciammo la Greca occidentale e Corfù, e le desolate spiagge sabbiose e prendemmo il traghetto notturno a Brindisi. Eravamo stati stufati di sacchi a pelo, sabbia e mari turchesi. Volemmo andare alla città eterna - ROMA.

Severgnini racconta che "Quello che lasciava senza fiato — in senso letterale e figurato — era il W.C [nel camper]." (172).

Nel porto in Italia era una lunga fila per passare il controllo dei passaporti. Dovemmo andare in bagno. Lo trovammo il "CESSO ALLA TURCA", ma pensammo che il vaso sanitario fosse stato rubato perché fu solo un buco nel pavimento del bagno. Capimmo per un po’, del flusso degli uomini silenziosi e determinati che il gabinetto fu un lusso che non ci fu mai stato. Eravamo davvero in Italia? Era questa la strada per ROMA - la capitale dell'antico Impero Romano?

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Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli

”L'importanza dell'estate" (Severgnini, 2015, pp. 143-155)

Si diventa pure svedesi (parte quinta); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Severgnini (2015: 144) narra che "In quanto a scomodità, i traghetti degli anni Settanta erano imbattibili."

Per festeggiare la mezza estate in Svezia alla metà degli anni '70 molti giovani prendevano il traghetto a Visby, sull'isola di Gotland. Cosi faceva anche la nostra squadra. Sfortunatamente, in quei giorni la barca partiva solo verso mezzanotte e arrivava alle 5 di mattina. In realtà non erano dei brutti orari per un diciottenne allora, ma alle 5 di mattina si dormiva di solito. Quando barcollavamo dal traghetto al mattino presto crollavamo di sonno al prato più vicino lo sbarco. Nel migliore dei casi, non pioveva.

Severgnini dice che  "La nostra destinazione era Rena Majore, un villaggio turistico sulla costa della Gallura," (op.cit., p. 145 )

A Visby andavamo a Norderstrand o a Kneippbyn, siti di campeggi (fangosi o asciutti; secondo il tempo sempre capriccioso) un chilometro a nord e sud della città medievale, dove c'erano musica, ragazze e calcio! Durante i giorni andavamo al centro storico di Visby, dove bevevamo birre e mangiavamo le pizze. Nei pomeriggi facevamo bagni in mar baltico (con qualunque tempo) e incontravamo le ragazze (anche se avesse nevicato le avremmo cercate lo stesso).

Quando pioveva troppo nelle estati volevamo andare in sud Europa; al sole in Grecia.

Severgnini racconta che "Ci aspettava un lungo viaggio: saremmo scesi lungo la costa della Svezia; saremmo passati da Lulea, che ci affascinava per via di quel pallino sulla "a"" (op.cit., p. 155)

Noi vichinghi trovammo un'estate l'isola di KRK sulla mappa della Jugoslavia (di allora). Quel posto ci affascinò immensamente, non perché la cultura, le sue ragazze o le spiagge, ma perché mancarono le vocali nel proprio nome!  Quattro settimane dopo fummo in viaggio. Ci volle sicuramente una settimana per arrivarci coll'Interrail, perché già a Copenaghen ci sentimmo come fossimo stati cittadini del mondo (indipendentemente delle consonanti o vocali)!

BIBLIOGRAFIA
Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli

”Austeri e sportivi" (Severgnini, 2015, pp. 119-128 )

Si diventa pure svedesi (parte quarta); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Severgnini (2015: 120) narra che ”L'elenco degli sport è lungo, e piacevolmente nevrotico: giocavamo a tutto, scendevamo dovunque, saltavamo qualsiasi cosa, calciavamo, colpivamo e lanciavamo ogni palla in circolazione.”

Io, mi commuovo riflettendo a quel ragazzino che ero allora; vedo uno coi capelli biondi, lunghi, correre e giocare al calcio con gli amici sul campo di ghiaia del quartiere fino a tarda sera nella scarsa luce del tramonto finché non sia del tutto buio e le loro madri che gli urlano dalle finestre dei palazzine di tornare subito a casa, a cenare, a fare i compiti, perché all'indomani sarebbero andati a scuola dove le maestre li avrebbero aspettati svegli alle scrivanie perché gli avrebbero insegnato matematica cosa che era tanto essenziale per il loro futuro.

Severgnini dice che “C'era un aspetto curioso nella nostra frenesia sportiva: non ci accontentavamo di giocare, correre, saltare e tirare. Volevamo gareggiare.” (op.cit., p. 125 )

Ma, io e i gli altri giocatori non facevamo nessuna attenzione a sentire a quello che le nostre madri ci gridavano perché giocavamo sempre la finale della coppa mondiale e facevamo sempre “morte improvvisa”; VITTORIA E GLORIA alla brigata che avesse fatto l'ultimo gol!

Ogni tanto i nostri padri interferivano nelle partite afferrandoci per le braccia, e ci trascinavano dal fuori campo perché noi non ce ne avevamo nessuna intenzione di abbandonare finché non avessimo vinto o fossimo morti; mollare il campo senza concludere una partita sarebbe stato un disonore inconcepibile cosa che avrebbe dato chiunque il cartellino rosso per tutta la stagione.

Severgnini racconta che ”Quelle giornate di sci ci davano una sensazione di compiutezza.” (op.cit., p. 127)

Io, mi ricordo ancora la pura felicità tra di noi ragazzini dopo aver fatto gol su quel stadio duro di ghiaia, sul quale mi era capitato spesso di cascare sulle ginocchia e farmi del male a sangue; ma il dolore al campo di calcio non faceva male come quello al di la' del gioco.

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Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli

måndag 3 juni 2019

Venere Privata (1966) di Giorgio Scerbanenco.

Un narratore inaffidabile e i suoi personaggi inverosimili o disobbedienti in cerca di autore.

Un’analisi di certi aspetti del giallo-nero Venere Privata (1966) di Giorgio Scerbanenco guidata dallo spirito dello scrittore Lugi Pirandello e le sue ultime righe del capolavoro Sei personaggi in cerca d'autore (1993):

“Ma che finzione! Realtà, realtà, signore! Finzione! realtà! Andate al diavolo tutti quanti! Non mi è mai capitata una cosa simile! E mi hanno fatto perdere una giornata!” (op.cit., p. 116)


Uno dei protagonisti di Venere Privata, Davide, compra sesso da una prostituta a lui sconosciuta, Alberta. Lei si uccide la notte stessa e lui se ne considera responsabile, e in seguito a ciò sviluppa una dipendenza da alcol.

Il personaggio Davide è illogico. È figlio di un uomo ricco. Guida la sua macchina veloce alla ricerca di storie d'amore veloci con prostitute sconosciute. Ha già fatto così tante volte. Non ha mai avuto una storia d'amore normale. Perché sviluppi invece angoscia da questa unica veloce avventura è qualcosa di poco chiaro; e perché poi la trasformi in una dipendenza da droghe è oscuro; un'ansia per di più si basa solamente su una piccola notizia che ha letto del così detto suicidio in un quotidiano. Inoltre, un'indagine di polizia completamente improbabile perché classifica  l'incidente come un suicidio, anche se nessuno strumento è stato trovato sul  luogo dell'incidente. Sono sequenze narrative poco credibili.

Un anno dopo, suo padre assume l'ex medico Duca Lamberti (l’altro protagonista) con il  compito di curare Davide dalla sua dipendenza da alcol. Il padre, un industriale del boom economico italiano degli anni ´60, ha cercato di curare il figlio lui stesso con ogni sorta di metodi bruschi. E non ci  è riuscito. Un uomo nella sua posizione avrebbe piuttosto cercato un aiuto più professionale, e non un ex-medico che è stato dietro le sbarre per tre anni per eutanasia! Chi sa cosa potrebbe fare un tipo del genere con qualcuno che è dipendente dalla droga? L'alcolismo non è una forma di lento suicidio? Il passo verso l'eutanasia, il suicidio assistito, è dietro l'angolo, no?

Davide dice a Duca che la causa del suicidio di Alberta è stata sua. Duca quindi comprende il motivo della dipendenza da alcol di Davide. Come se la tossicodipendenza per definizione sia causata da fattori psicologici! Inoltre, diagnosticato da un ex medico che nel suo mestiere si occupava dei disagi del corpo!

L'ex medico si rende anche conto da un minuto ad altro che Alberta non si è tolta la vita perché non è stato trovato qualche strumento di morte sulla scena del delitto. Qualcosa che né l’intero corpo della polizia di Milano né la stampa metropolitana hanno realizzato in un anno intero! Una sequenza narrativa poco credibile.

Duca scopre una ex amica di Alberta, Livia, e che lui è l’idolo di Livia perché aver fatto questo atto di eutanasia!

Il cerchio è chiuso; tutti conoscono tutti; Davide incontra Alberta che conosce Livia che riceve una telefonata dalla sua star Duca che cura Davide; la faccenda del misterioso suicido può essere risolta. Che coincidenze narrative inverosimili nella Città metropolitana di Milano!

E poi: Livia è una frigida che si prostituisce come esperimento sociologico. Duca usa Livia come esca per incastrare  l'assassino di Alberta. Il sicario e Livia si incontrano in un luogo fuori mano. Il killer capisce che Livia è stata amica di  Alberta perché entrambe erano esperte di scacchi!

Ma l'autore non lascia il narratore uccidere Livia perché il personaggio Duca ha preso vita autonoma e si è innamorato di Livia! Sebbene precedentemente abbia  lasciato i personaggi uccidere Alberta e una sua amica in modo bestiale e complicato per la stessa ragione di ora -  una pellicola Minox.

Invece ora l’autore lascia che i malviventi  abbandonino la loro prigioniera e la camera di tortura. È come se l’autore avesse messo giù la penna con cui stava scrivendo il thriller e avesse oralmente cacciato via gli aguzzini. Come un intervento di Dio!*

Perché lo scrittore permetta ai criminali di abbandonare il loro posto è del tutto incomprensibile. Se i personaggi ora capiscano che la loro preda è mandata dalla polizia, dovrebbero aver capito che la loro casa è sorvegliata, almeno l'entrata principale. Ma, questo è proprio la strada con cui  l’autore fa fuggire i criiminali:  l’uscita principale.

E perché l'autore lasci che gli eroi prima partano all’inseguimento dei rapitori, invece di andare a vedere che cosa sia successo a Livia, appare anche del tutto inspiegabile. Non possono avere la minima idea di cosa sia successo a Livia dentro lo studio Foto Pubblicità Modellistica. Sono stati fermi, a 100 metri di distanza, con un binocolo diretto alla porta d’ingresso, per mezz'ora! Avrebbero dovuto capire che Livia era in pericolo di morte visto che sanno cosa hanno fatto i bastardi con Alberta. Avrebbero dovuto prima occuparsi di Livia! E poi chiamare la polizia e l'ambulanza alla prima occasione!

E perché il narratore presti la sua voce all'autore e lasci esso lanciare pregiudizi sugli omosessuali è completamente fuori posto, incomprensibile; non si capisce lo scopo, è di rendere l’antagonista più feroce e capace di qualsiasi atto di bestialità? (Con il sistema giudiziario di oggi tali dichiarazioni sono probabilmente punibili. In ogni caso, un editore di oggi non permetterebbe che vaneggiamenti del genere andassero in stampa e mettesse in pericolo la casa editrice quando il messaggero così chiaro è l'autore stesso!):

“un invertito, un vero, squallido terzo sesso, adesso tutto l'incolore della sua persona fisica si spiegava, doveva essere l'incolore mostruoso dei mutanti  descritti nei romanzi di fantascienza, a metà strada esatta della mutazione, quando hanno ancora solo l'involucro umano, ma mente e sistema nervoso appartengono già all'orrenda nuova specie.” (op.cit., p. 182)

Il narratore ha, in passato, tenuto l'autore col pugno di ferro e non gli ha permesso di comunicare opinioni dispregiative né sulle prostitute né sulle donne frigide; al contrario, ha tranquillamente permesso ai protagonisti di pagare per sesso mercenario senza ficcare il naso nelle loro storie d’amore, anzi il narratore gliel’ha fatto fare con signorilità!

“Alcuni biglietti // passarono con molta discrezione dalla tasca della sua giacca [di Duca] alle borsette delle casalinghe” (op.cit., p. 25)


* Ora nulla può mettere in pericolo la nuova relazione amorosa di Duca e Livia - e i gialli-neri in arrivo dell’autore e dei suoi investigatori innamorati e i futuri omicidi difficili che devono risolvere per il reddito annuale dell’autore!


BIBLIOGRAFIA

Pirandello, Luigi (1993). Sei personaggi in cerca d'autore. Torino: Einaudi
Scerbanenco, Giorgio (2014). Venere privata. Milano: Garzanti

Le colpe dei padri (2011) di Alessandro Perissinotto.

Un personaggio alla ricerca della sua reminiscenza perduta; un’analisi del protagonista di Le colpe dei padri (2011) di Alessandro Perissinotto.

Guido Marchisio vive la sua vita statica in  un quartiere benestante a Torino, serenamente, in pace con sé stesso, sicuro che non gli manchi niente: ha una famiglia; genitori, una giovane bella fidanzata, e una missione lavorativa di grande rilievo e a cui è fedele, è pieno di compiacimento; in breve, un uomo di successo economico e personale.

Guida la sua Mercedes nera verso il suo  regno, un’azienda multinazionale in fase di ristrutturazione. si siede nel suo ufficio e lascia i  dipendenti perdere i propri posti di lavoro e spese di soggiorno senza nemmeno riflettere sulle conseguenze. Se c’è una qualità che tutti riconoscono all’ingegner Marchisio è la sua grande capacità di concentrazione. “Delle due poltroncine disposte scelse quella di destra, come aveva sempre fatto in quell’ufficio, per lui era solo un modo per mantenere l’ordine nella propria vita.” (op.cit., p. 49)

Finché un giorno Marchisio - dopo aver scampato per un pelo alla morte in un incidente stradale (per la seconda volta si renderà conto più tardi) - incontra un uomo in un bar che lo scambia per un certo Ernesto Bolle. Rimane profondamente colpito da quella rivelazione, che rompe la vita tranquilla in cui si è carcerato, e che mette in moto l’azione del racconto.

L'incontro al bar è come un momento di concepimento che lo  porterà alla rinascita di sé stesso; un risorgimento personale, lento ma inesorabile, che essenzialmente lo trasformerà in un altro essere umano, e verso  un personaggio più empatico.

La faccenda dell’incidente stradale e dell’incontro al bar lo rende più sensibile, come se l’esperienza di aver sfiorato la morte e di avere un sosia abbia fondamentalmente scosso le sue certezze di vita. D’ora in poi inizia a pensare alle piccole impressioni quotidiane. “si domandava cosa davvero lo unisse alla persona che gli camminava a fianco tenendogli la mano. Gli pareva di usurpare il posto di qualcuno.” (op.cit., p. 69)

Le ricerche lo riporta a una infanzia che non ricorda, ai quartieri in cui giocava e viveva da bambino, ai genitori defunti, che non conosceva fossero i suoi, alla loro lotta per la gente più vulnerabile,  agli operai della Fiat negli anni ‘70 e le loro situazioni precarie, agli amici a cui era mancato dal giorno in cui scomparve dalla loro vita: analessi delle immagini speculari di esseri umani e della loro vita quotidiana che Marchisio in precedenza non sapeva neanche esistessero.

Quando poi periodicamente Marchisio visita i quartieri popolari nella sua costosa macchina nera, è come se stesse scendendo nell'acqua battesimale per lavare via la sua vecchia vita. “Quell’avanzare lento, quel susseguirsi di vie sempre uguali, quel guardare senza capire gli procurò un senso di disorientamento, una sorta di ipnosi. Due mondi paralleli si sfiorarono ed ebbero paura.” (op.cit., p. 103) Lì Marchisio incontra il nonno di Ernesto che gli racconta dell'incidente d’auto di 40 anni prima in cui Ernesto e i suoi genitori furono coinvolti. Loro morirono sul colpo ma il ragazzino fu salvato per miracolo, perse soltanto la memoria. Le autorità negarono l’affidamento al nonno ma lasciò che una coppia dell’alta borghesia si prendesse cura del bambino.

Quando Marchisio capisce che non sta cercando suo sosia o un gemello, ma proprio sé stesso inizia una dolorosa metamorfosi di cui inizialmente non è consapevole.

Una fotografia ritrovata dell'infanzia che mostra Guido da ragazzino abbracciare una ragazzina e in braccio a loro, un bastardino, diviene importante per la rinascita di Ernesto. Lui e la ragazza, ormai alla loro età, si rincontrano e si prendono cura di un cane di un canile e lo portano a spasso come avevano fatto da ragazzini; e in quei pomeriggi, è come se Guido Marchisio non sia mai esistito.

Le sue ricerche su  Ernesto lo portano anche a un rinnovato e più personale rapporto con i suoi genitori adottivi chiedendo loro la verità sulla sua origine “concedeva un’epifania del proprio amore paterno nel momento stesso in cui ammetteva [il padre adottivo] di non essere padre.” (op.cit., p. 343)

Ma le sue indagini e le conversazioni - con i suoi amici ritrovati - sempre più riflessive sulla sua infanzia e sulla storia in parallelo degli operai alla fabbrica della Fiat porta Marchisio alla fine a capire chiaramente che il processo di purificazione passa per la morte mentale, nell’annientamento di tutto quello che finora è stato per poter rinascere come Ernesto Bolle; e il processo di purificazione richiede il sottoporsi ad alcune umiliazioni; tra l’altro si costringe a vedere la fidanzata tradirlo nel loro letto comune per capire che lui non la ama più.

L'evento che alla fine gli  fa decisamente voltare le spalle al suo lavoro e alla sua vita passata e a lanciarsi nella paradossale gioia dell’umiliazione, è quando una giovane donna da lui licenziata dall’azienda si toglie la vita gettandosi sotto  un treno. Da allora rinnova quotidianamente la propria umiliazione, a testa alta attraversa l'azienda, incrociando gli impiegati con aria stoica, deciso a non far vedere alcun pentimento, affinché il pentimento stesso, sia reso perfetto dal ribrezzo di chi lo incontra. “Nessuno avrebbe più bisogno di lui se non come capro espiatorio.” (op.cit., p. 571)

I suoi ultimi gesti di rinascita: restituisce le chiavi all'ufficio della società e della Mercedes; lascia l’azienda a piedi, si toglie la giacca e la getta nel fosso che costeggia la provinciale. Mette da parte il lavoro di matematica, il percorso che il padre adottivo una volta l’aveva costretto a studiare, e si iscrive agli studi di veterinario. Lascia la bella casa alla fidanzata. Non si protegge più in una scatola di alluminio o dietro una scrivania di un ufficio o al fianco di una bella fidanzata; d'ora in poi, cammina spesso, sostiene che è per il bene del cane. E si lascia intervistare da un giornalista probabilmente perché vuole fare una chiusura finale dei conti come Guido Marchisio.

Successivamente si presenta come Ernesto; Ernesto Bolle.

BIBLIOGRAFIA

Perissinotto, Alessandro (2013). Le colpe dei padri. Milano: Grandi & Associati. Ebook

torsdag 11 april 2019

”Piccoli viaggi con grandi" (Severgnini, 2015, pp. 93-105)

Si diventa pure svedesi (parte terza); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Severgnini (2015: 97) narra che ”Non ricordo cinture di sicurezza [nella Lancia Flavia dei Severgnini all’inizio degli anni '70]; ma, se c’erano le ignoravamo”.

'Allora, ti metti il cordoncino di paura?' era la frase che mamma pronunciò sempre appena ci fummo messi nella Mercedes-Benz di papà d'allora (la quale aveva perché il motore era a diesel, essendo impiegato presso la raffineria di petrolio locale; cioè piena di gasolio!); la famiglia di quattro persone, probabilmente in estate perché era allora che andavamo più spesso in macchina. É diventata epica la frase nella memoria della mia gioventù: 'Allora, ti metti il cordoncino di paura?' Parole che dicono l’atteggiamento dell’uso delle cinture nella nostra - e probabilmente nelle altre famiglie svedesi d’allora (un’altra forma d’ignoranza; ironia) - come se usare la cintura fosse stato una vigliaccheria invece di salvarsi la propria vita! Meno male che l’atteggiamento di oggi totalmente è cambiato di paradigma, comunque tra noi svedesi (ma, speriamo che i pellegrinaggi svedesi nel sud abbiano dati qualche effetto collaterale!).

”Il mio [Beppe Severgnini] primo viaggio a estero risale all’età di undici anni: a bordo di una nave, fino in Marocco.” (op.cit., p. 102)

Dal mio primo viaggio all’estero da giovane tengo ancora un ricordo fisico; funziona come un puntaspilli da tanti anni, un adesivo pubblicitario circolare di cotone che dice "Fly LSD Airlines (7 centimetri di diametro)"; avevo 14 anni e ero stato a Carnaby Street a Londra con mia cugina Annika (RIP); avemmo presi il traghetto da Gotemburgo solo noi due. Sulla nave un militare inglese mi aveva offerto una birra, e allora, d'improvviso mi sembrò come se fossimo già giunti al Meridiano zero di Greenwich - svenni dall'alcool! Sarà per sempre uno mistero capire come mai i nostri genitori ci lasciarono andare da soli.

BIBLIOGRAFIA
Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli
Text (Lärarens kommentarer är gulm

torsdag 28 mars 2019

“Mina e la Cabina” (Severgnini, 2015, pp. 45-55)

Si diventa pure svedesi (parte seconda); Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Severgnini (2015: 47) narra che "Lasciavamo [tutta la famiglia Severgnini, in macchina] casa due ore prima dell'alba [il primo giorno della vacanza alla fine degli anni '60]."

In Svezia, quando ero bambino, nella prima mattina della vacanza d'estate, anche noi lasciavamo la casa presto, ma il motivo era di essere i primi della fila dell'imbarcazione del traghetto di Gotland, l'isola nel Mar Baltico, in mezzo al mare della Russia. Essere i primi perché mamma voleva un posto per sedersi durante il viaggio di 5 ore dopo il suo lungo anno di lavoro. Allora non si potevano prenotare i sedili della barca in anticipo, come ci si fa adesso, e toccava a me e a mio fratello di anche passare la fila senza esserci veduti - c'era sempre gente che se ne era arrivata prima di noi. Essendo saliti a bordo siamo corsi al ristorante più grande e ci siamo seduti a un tavolo con quattro sedie vicino la finestra e il panorama del mare e l’arcipelago a sud di Stoccolma. L'estate era incominciata.

"Forte dei Marmi [il luogo della vacanza dei Severgnini allora], in quegli anni, era una nota località balneare - ..." (op.cit., p. 49).

Una spiaggia famosa a Gotland si chiamava Herta (si chiama ancora così), un chilometro di sabbia sottile alla costa orientale, presso un piccolo porto di frangiflutti con barche da pesca e casette dei pescatori. Non c’erano degli stabilimenti balneari allora, né adesso; solo acqua e sabbia, ma era piena di gente un giorno sereno d’estate, e ne è tuttora; il piccolissimo bar d'allora si è trasformato a un piccolo bar d'adesso, sta sempre 500 metri dalla riva accanto al parcheggio ancora tanto polveroso (o fangoso dopo capricciosi giorni svedesi d’estate).

"Poi c'erano le cabine [al Forte dei Marmi]" (op.cit., p. 51)

A Herta, non c'erano delle cabine, ci spogliavamo avvolti in larghi asciugamani nei quali avevamo messi i costumi e poi facevamo corse in acqua (spero che un bambino ficcanaso abbia trovato nella sabbia finissima la mia medaglia della Madonna addolorata che persi un bel giorno di bagni sotto il sole del mar Baltico).

BIBLIOGRAFIA

Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli

“Bambini di un lungo corso” (Severgnini, 2015, pp. 31-44)

Si diventa pure svedesi; Eliasson alla ricerca del suo tempo perduto; riflessioni dell’infanzia di un futuro pellegrino svedese.

Severgnini (2015: 38) narra che “Le scuole di musica sono state, in assoluto, le più fallimentari”. 1968 ~ Attendevo anch'io la scuola di musica, ma al contrario di Severgnini mi è stata piaciuta; ho suonato il flauto dolce, uno strumento di musica semplice che è stata facile portare nella tasca dietro nei pantaloni jeans, d’andare e venire dalla scuola a casa.

“A Borgo San Pietro ci attendeva una maestra prossima alla pensione, …” (op.cit., p. 40).

1964 ~ Nell'asilo nido che frequentavo mi è toccato seguire un ragazzino, di un anno meno di me, durante l'anno scolastico perché ogni tanto se ne scappava; non mi ricordo perché cercava d’andarsene, l’edificio non era chiusa a chiave e né aveva dei cancelli né recinzioni. Il ragazzino probabilmente soffriva di nostalgia di sua mamma (e l’unica cosa che io possa immaginare adesso, perché ne soffrivo anch’io ma in altre occasioni allora).

1968 ~ A scuola elementare avevo una maestra, si chiamò Greta Berglund, che tanto ha stimato Hailé Selassié, l’ultimo imperatore d'Etiopia, gli parlava sempre, come egli aveva aiuto il suo popolo a una vita migliore; aveva il suo ritratto appeso sul muro nella sala, in divisa rossa. Credo che la professoressa ci fosse stata allora, in Etiopia.

In classe, ogni mattina, la maestra suonava l’organo e cantava dei salmi a noi ragazzini; un modo d’incominciare i giorni con gli inni cristiani evangelici per darci forza per il nostro lungo cammino scolastico del giorno.

BIBLIOGRAFIA

Severgnini, Beppe (2015). Italiani si diventa: storia per oggetti e ricordi dell'Italia ottimista. Milano: Rizzoli

lördag 12 januari 2019

Maurizio Cattelan vs. Patrimonio dell'UNESCO

L’artista Maurizio Cattelan vs. Patrimonio dell'UNESCO in Italia del Nord.

Opere d’arte che rivelano, e opere d’arte che celano; l'artista Maurizio Cattelan vs. Patrimonio dell'UNESCO in Italia del Nord; capolavori da cui si iniziano i dibattiti sul modo in cui la gente vive, lavora e muore; composizioni che rappresentano complicazioni storiche, sociali ed economiche; prodotti artistici che continuamente interpretano i fatti dell'Italia settentrionale.

Patrimonio dell'umanità

"La Convenzione sul patrimonio mondiale, adottata dalla Conferenza generale dell'UNESCO il 16 novembre 1972, ha lo scopo di identificare e mantenere la lista di quei siti che rappresentano delle particolarità di eccezionale importanza da un punto di vista culturale o naturale.

Il Comitato della Convenzione, chiamato Comitato per il patrimonio dell'umanità, ha sviluppato dei criteri precisi per l'inclusione dei siti nella lista."

Criteri di selezione // Siti designati devono essere di "eccezionale valore universale" e soddisfare almeno uno dei dieci criteri. Dal 1992 le interazioni tra uomo e ambiente sono riconosciute come paesaggi culturali.

II) "testimoniare un cambiamento considerevole culturale in un dato periodo sia in campo archeo-logico sia architettonico sia della tecnologia, artistico o paesaggistico" (https://it.wikipedia.org/)

Maurizio Cattelan

Maurizio Cattelan (nato nel 1960 a città Padova del Veneto, in Italia Settentrionale) è uno dei più noti artisti italiani in attività d'oggi. Le sue imprese destano eco e (a volte) risentimento per il loro carattere irriverente e offensivo. Cattelan trasforma l’ironia e la sfida in opere d’arte che restano commossi nell'astante.


        Maurizio Cattelan vs. Patrimonio dell'UNESCO in Italia del Nord

Qui di seguito presento tre opere d’arte di Maurizio Cattelan: “A.C. FORNITURE SUD”, “UNTITLED” e “L.O.V.E.”. Capolavori che, a mio parere, testimoniano un cambiamento considerevole culturale alla luce della vita politica, economica e sociale in Italia del Nord d’oggi, e meglio, secondo me, rappresentano patrimoni artistici e storici delle regioni settentrionali rispetto alle selezioni attuali dell'UNESCO.

La mia speranza è che questa accurata analisi delle circostanze prevalenti in Italia settentrionale consentirà l’UNESCO di ampliare la sua visione di ciò che possa essere un sito Patrimonio dell’Umanità in Italia del Nord. Buona lettura!

        “A.C. FORNITURE SUD”

All’Arte Fiera di Bologna 1991 Maurizio Cattelan sì è presentato con un suo “stand abusivo” con il quale ha promosso la sua squadra di calcio, A. C. - Forniture Sud, la quale ha messo assieme con fondi raccolti, composta da operai extracomunitari senegalesi che abitano in Italia.

In occasione della mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, Cattelan ha fatto costruire uno speciale calcio balilla allungato per essere usato da due intere e vere squadre di calcio, cioè 22 giocatori. Durante l’inaugurazione della mostra, il suo team A. C. - Forniture Sud, di colore e divisa disegnata dall'artista, ha sfidato una squadra di italiani bianchi, scelti tra le riserve del Cesena (una società calcistica italiana con sede nella città di Cesena).

Il nome del falso sponsor è lo slogan "Rauss" (nome di una fittizia autotrasporti), con cui i nazisti durante la seconda guerra mondiale appellavano gli ebrei - riportato a chiare lettere al petto sulle magliette della squadra di Cattelan.

La "A. C. - Forniture Sud" ha partecipato ad alcuni veri campionati regionali, i quali furono tutti persi.

L’artista Maurizio Cattelan testimoniava in anticipo un cambiamento considerevole culturale; come se avesse visto una realtà futura di cui l’Italia di lì a non molto sarebbe stata parte. Nel 1991 non si parlava così tanto di immigrazione, non c’erano allora né le migliaia di migranti nel Mediterraneo, né dei politici in Italia del nord che dicevano "Fuori dalle balle!". Così la finta partita del calcio finisce per simulare una reale condizione di una guerra politica del futuro.

La risposta di Cattelan alle offese dei razzisti di Italia settentrionale è stata di sponsorizzare progetti e cooperazione con i paesi di origine dei rifugiati, per esempio la Gis Gis, una cooperativa di
micro imprenditorialità femminile in Senegal collegata alla scuola di sartoria di ragazze della periferia di Dakar. “Una partita” è stata giocata “in casa” a Milano sotto il patrocinio della squadra di Cattelan, A.C. FORNITURE SUD, è stata promossa e organizzata da Sunugal – organizzazione italo-senegalese attiva nell’ambito della cooperazione – e Viafarini – incubatore creativo, attivo a Milano alla Fabbrica del Vapore.

Riassunto: Maurizio Cattelan vs. Patrimonio dell'UNESCO= 1 - 0

          “UNTITLED”

Il 5 maggio del 2004 Maurizio Cattelan espone, nei pressi di Porta Ticinese a Milano (una delle porte principali della città) una sua installazione: tre bambini-fantoccio impiccati ai rami di una verde quercia secolare 6 metri al pavimento. I tre manichini erano appesi, vestiti in jeans e maglietta e i piedi scalzi anneriti dalla polvere, i volti fra il sorpreso e lo spaventato con gli occhi spalancati come a guardare i passanti dall'alto in basso.

La giunta di Milano è probabilmente tanto orgogliosa del suo “Cenacolo” di Leonardo da Vinci, presso il santuario di Santa Maria delle Grazie, ma né la città metropolitana né l'Ordine domenicano dicono nulla dei bambini che nel Rinascimento hanno contribuito alla creazione dell’Ultima Cena”; loro che erano coinvolti, in un modo o nell'altro, nel pesante processo necessario per arrivare al capolavoro: per cercare e raccogliere le materie prime, fabbricare la vernice o procurare all’artista qualsiasi materiale richiesto per dipingere il quadro; quei ragazzini che sono stati duramente feriti o sono morti durante il lavoro.

Sembra che Cattelan con “Untitled” appenda uno specchio nel campo da gioco degli adulti - nel cuore politico e commerciale più denso e affollato della città – per fargli vedere ciò che veramente sono. E vedono nei rami dell’albero una vicenda illuminata di poesia e di intima drammaticità che non può essere ignorata né nascosta senza azione (“Un signore di mezza età si è arrampicato sulla quercia per rimuovere l'opera d'arte ma è caduto dall'albero” [http://www.repubblica.it/])

L’opera “Untitled” possa essere un ricordo e un tributo verso tutti i bambini che, in un modo o nell'altro, sono vittime di abusi in una società, ieri come oggi, popolata da adulti che guardano ma non vedono. L’artista Maurizio Cattelan ha testimoniato in questo modo un cambiamento considerevole culturale.

Riassunto: Maurizio Cattelan vs. Patrimonio dell'UNESCO= 2-0

           “L.O.V.E.”

Nel 2010 produce ed espone L.O.V.E. - acronimo di Libertà, Odio, Vendetta, Eternità (ma anche termine inglese per “amore”) - scultura monumentale, una mano intenta nel saluto fascista verso la Borsa di Milano (Palazzo Mezzanotte - edificio costruito nel 1932 con gli stilemi del ventennio fascista - collocata in Piazza degli Affari) ma con tutte le dita chirurgicamente tagliate, ad eccezione del medio, ritenuto generalmente molto osceno (come dire "vaffanculo", cioè esortazione a smettere e andarsene).

La mano, alta 4 metri e 60, che diventano 11 complessivi contando il basamento, in marmo di Carrara. Comunemente nota come "Il Dito".

Per alcuni è un gesto di protesta contro il mondo del capitale ma, osservando attentamente l’opera, il dito è rivolto dal mercato finanziario verso la città, il mondo del consumismo.

L’intenzione dell’artista possa essere di illustrare le dita come deliberatamente tagliate e farci immaginare la mano prima “della decapitazione” - come un saluto romano dal popolo consumista alla Borsa! Si accorge allora che “Il Dito” è una bella risposta della Borsa alla gente e il suo saluto fascista: un dito medio alzato; una pugnalata alle spalle!

Il mercato finanziario fa tanti soldini ingannando il popolo di comprare sostanze inquinanti e dannose per l'ambiente, cioè la fine del mondo di tutti, solo che il mercato azionario si gode la vita di extralusso fino alla fine della fine!

Penso che Maurizio Cattelan voglia dire che ed ora di cambiare direzione. Lo schema di sviluppo basato sulla crescita, guidato da un maggiore consumismo con tutte le implicazioni devastanti a livello sociale, economico e ambientale deve essere al più presto modificato.

L’attuale modello economico, dove tutto è mercato, tutto è in vendita, priva di senso le relazioni tra le persone, relazioni che diventano incentrate solo su uno scambio di convenienza, come il mercato completamente assurdo che si svolge nei pressi di qualsiasi patrimonio artistico e storico in Italia del Nord, i ninnoli turistici: pericoloso per l’ambiente; i souvenir; le copie di plastica che sono venduti ai turisti nei negozi e delle librerie direttamente all'entrata e all'uscita dei musei. E gli stranieri, da tutto il mondo, tornano ai loro luoghi (come sono arrivati) con i mezzi di trasporti che rappresentano il 75% circa delle emissioni di CO2; in tassi, in autobus e con gli aeri (i voli provocano anche il 10% dell'effetto serra mondiale).

Conclusione Finale: Maurizio Cattelan vs. Patrimonio dell'UNESCO in Italia del Nord= 3-0


BIBLIOGRAFIA / FONTI

SITI INTERNET (tutti: ultimo accesso 20190106)

http://www.artslife.com/2016/05/14/omaggio-a-maurizio-cattelan-in-5-opere-labisso-dellinconscio-oltre-il-clamore-della-provocazione/
http://www.ecoturisti.net
http://mauriziocattelan.altervista.org/galleria.html
http://www.viafarini.org
https://it.wikipedia.org/wiki/Lavoro_infantile
https://it.wikipedia.org/wiki/Maurizio_Cattelan#Opere_principali
https://it.wiktionary.org/
https://lab-dakar.com/la-cooperativa-gis-gis/
https://milano.corriere.it
https://milano.repubblica.it
https://www.fondazionenicolatrussardi.com/mostre/untitled/
https://www.sitiunesco.it
https://www.sunugal.it/

LIBRI SU INTERNET

Becchi E., I bambini nella storia, Roma-Bari, Laterza, 1994 (https://books.google.se [ultimo accesso 20190104])

Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata. Mondadori. Milano, 2011 (https://books.google.se [ultimo accesso 20190104])

OPERE D’ARTE

A.C. FORNITURE SUD, 1991. Colour photography, collage; 30 1/4 x 39 1/2 inches \ 77 x 100 cm; Edition of 3. Galleria Comunale d'Arte Moderna, Bologna. (http://italianarea.it/ [ultimo accesso 20190106])

L.O.V.E, 2010. White Carrara Marble, roman travertine; 36.1 x 15.5 x 15.5 feet \ 1100 x 470 x 470 cm; Unique. (http://italianarea.it/ [ultimo accesso 20190106])

STADIO, 1991. Wood, glass, iron, plastic; 47 1/4 x 276 x 27 1/2 inches \ 120 x 700 x 70 cm; Unique, Galleria Comunale d'Arte Moderna, Bologna. (http://italianarea.it/ [ultimo accesso 20190106])

STAND ABUSIVO, 1991. (Abusive stand) (Gadgets, banquet) Artefiera 91, Bologna. (http://italianarea.it/ [ultimo accesso 20190106])

L’ULTIMA CENA (Il Cenacolo Vinciano), Leonardo da Vinci, 1495-1498, tempera grassa, lacche e olî su intonaco; 460×880 cm. Santa Maria delle Grazie, Milano. (https://it.wikipedia.org/ [ultimo accesso 20190106])

UNTITLED, 2004. Resin, fiberglass, fabric, hairs; 45 inches each \ 3 mannequins h 115 cm; chacun; Unique. (https://www.perrotin.com/artists/Maurizio_Cattelan/2/untitled/9196 [ultimo accesso 20190106])