lördag 22 februari 2014

IL PAESE

(Settembre 2012)

La mia città è un paese che sta sul mare, proprio al punto più sud della penisola di Sodertorn in Svezia; al punto più nord c'è Stoccolma - il luogo dove noi ragazzi paesani una volta andavamo sempre a sentir concerti di musica rock o comprare abbigliamenti inglesi.

Il villaggio si chiama N. Abito al punto più alto del paese, vicino la raffineria di petrolio, la quale posso vedere dalla cima della collina, da cui posso anche vedere l'arcipelago del paese.

Durante i giorni quotidiani il paese è piuttosto assonnato; non c'é tanta gente in giro; c'abitano più o meno 25 mila persone. Molti abitanti prendono il trenino verso Stoccolma di mattina dove lavorano o studiano. I bar son pochi, ma di pizzerie c'è ne sono parecchie, però delle vere italiane non esiste neanche una.

L'area del paese, o diciamo il comune, è abbastanza grande; dall'inizio del novecento, quando furono costruite le raffinerie del petrolio e la fabbrica delle apparecchiature per le telecomunicazioni, venne diviso in tre parti, a nord le industrie e le casi popolari, al centro il commercio e in sud le grandi ville e gli alberghi di terme. Ma adesso è cambiato; più mescolato.

Ho provato un paio di volte a scappare da lì - una volta in Italia a Roma - ma qualcosa mi ha sempre trascinato indietro: durante l'esilio a Roma mi mancava proprio le caratteristiche rocce liscie e grigie formate nell'ultimo periodo della calotta del ghiaccio del mar baltico; ho sentito una forte nostalgia della natura. E dentro il paese mi son trasferito quasi dieci volte; ho fatto un cerchio geografico, quasi un mandalo indiano, chi sa cosa ne avrebbe detto C G Jung, lo psicoanalista degli archetipi. Ma adesso sono davvero intrappolato, ma a causa della vita molto concreta: economia.

In estate quando fa bel tempo mi piace prendere un traghetto piccolo a visitar l'isolette che ci sono, o solamente fare una gita con la famiglia alla natura presso al mare. Durante l'inverno mi piace pattinare sul ghiaccio del mare se c'è e non è nevicato, ma adesso purtroppo c'è ne.

Una volta avevo anche una barca a vela – di legno e costruita poco dopo la seconda guerra mondiale – con cui, naturalmente, ho navigato per l'arcipelago; la barca l'avevo chiamata “Iside” come la dea nella mitologia egizia di cui ero allora molto affascinato.

LA BICICLETTA

(Ottobre 2012)

Oggi sono senza bicicletta; la mia ultima l´ho regalata a mio figlio perché io non ne avevo più bisogno; adesso cammino o corro prendo la macchina se non è già stata presa dalla moglie! – all' asilo nido coi bambini e dopo prendo il trenino al lavoro.

Ma la mia ultima bicicletta era un tipo da militare, robusta color verde scuro; aveva proprio fatto il servizio militare alla marina di guerra di M. finché entrambi sono andati in pensione, cioè la base militare e la bicicletta, e allora l´ho comprata io, la bicicletta. Ne ho avuto un paio di biciclette militari. Ma ora sto senza qualsiasi tipo.

Una volta andavo sempre in bicicletta, al lavoro in ogni stagione dell' anno; avevo delle gomme speciali con i chiodi per la neve o il ghiaccio dell'inverno, e me li sono messi alla prima caduta della neve e tolte nel primo giorno di calore in primavera.

D`estate, durante le vacanze, facevo spesso delle gite in bicicletta, per esempio all' isola Gotland, e allora la bicicletta era completamente piena degli zaini in cui avevo messo roba da camping. Ma, dimenticavo sempre l´impermeabile a casa e le pioggie estive della campagna dell'isola mi facevano sempre bagnato completamente. 

In Italia, o diciamo Roma, non ci sono mai salito una bicicletta. Ma d´estate al mare di T. nel condominio di L. l´ho fatto perché spesso m´era toccato di portare la spazzatura al posto in cui si trova il grande serbatoio delle immondizie ed era troppo lontano camminare a tarda sera nel buio. Stava proprio al confine tra il villaggio e il mondo comune ostile da cui si voleva sempre scappare il più possibile dopo aver lasciato le buste dei detriti - e allora la bicicletta mi era servita benissimo.

söndag 16 februari 2014

A CIASCUNO IL SUO


La storia del romanzo (di Sciascia) è introdotta dalľarrivo della lettera anonima destinata al farmacista Manno, in cui egli trova una minaccia di morte. Assieme ai suoi amici e compaesani si concorda che si deve trattare sicuramente di uno scherzo e non ci dà più peso.

Pochi giorni dopo, nel giorno delľapertura della stagione venatoria, il farmacista assieme al suo compagno di caccia, il dottor Roscio, sono trovati uccisi. 

La polizia si mette a indagare e tra la gente si inizia a parlare delle possibili avventure del farmacista con le donne, che gli sono diventate fatali, e che il dottor Roscio è morto per causa dei suoi vizi.

Sulla scena appare il professore Laurana che seguendo gli indizi (gli unici indizi sono la lettera anonima e il mozzicone di sigaro, di marca Branca, trovato sul luogo del delitto) cerca di venire a capo del delitto. È l’unico  che  si accorge che dal rovescio del foglio della lettera anonima emergono alcune parole che rimandano al giornale cattolico Ľosservatore romano, i cui unici abbonati sono il parrocodi Sant’Anna e l’arciprete. Quanto all’arciprete, egli è lo zio della moglie del defunto dottore Roscio e dell’avvocato Rosello. 

Dopo le prime interrogazioni Laurana si sente come uno che cerca un  ago in un pagliaio finché egli incontra un suo vecchio amico, deputato nazionale, che porta un po’ di luce nel caso. Egli svela a Laurana che il dottor Roscio aveva l’intenzione di denunciare un notabile del suo paese e che si trattava di una cosa delicata e personale. 

Da questo punto in avanti tutta l’attenzione di Laurana è mirata al caso del  dottor Roscio e ai suoi parenti. Più Laurana prosegue nella sua indagine più si rende conto che tutte le tracce conducono all’avvocato Rosello, cugino della moglie  del defunto dottore Roscio. Egli ha una relazione intima con la Roscio e ora dopo la morte di suo marito non gli impedisce nessuno e niente disposarla. Anzi, negli occhi della gente diventerà «opera di carità...  Sposare una vedova con una bambina, riunificare la roba...».

Laurana, convinto della sua verità, vive la sua vita e non ha intenzione di andare alla polizia e fare denuncia. Sia per il ricordo come il dottor Roscio e il farmacista erano finiti sia per la simpatia per la vedova Roscio, la quale secondo lui deve essere innocente. Purtroppo questa sua simpatia o meglio l’affascinamento gli diventa fatale e cade in trappola mortale. 

Ella lo convince della sua innocenza e stabilisce l’appuntamento in un caffè, dove alla fine non viene. Laurana, preoccupato per la sicurezza di lei, accetta il passaggio da parte  di uno del paese e finisce ammazzato in una zolfara abbandonata. Il romanzo si conclude con l’annuncio del fidanzamento dei cugini, 

Rosello e la Roscio, e con la confessione dei tre abitanti del paese che svelano tra di loro di aver capito tutta la storia e tutto il mistero relativo alla morte dell farmacista e del dottor Roscio «prima che finissero i tre giorni di lutto»

lördag 15 februari 2014

GLI SCOGLI

(Giungio 1983)

All'improvviso cominciò un vento fortissimo. L'azzurro di prima si fece scuro. Di scatto il mare si svegliò; le onde si alzarono colle bianche creste di spuma. Dall'orizzonte avanzarono grosse nuvole nere portando vele di pioggia. Il tempo era peggiorato.

”Iside”, la nostra barca a vela, fu alla fonda nella stretta cala distaccata dall'isola. Ci toccò partire sull'ancora con la prua al vento. Fummo costretti a bordeggiare superando intorno gli scogli per arrivare in mare aperto.*

Issamò prima il fiocco e poi la randa; avendole tese il vento le gonfiò mettendo, lentissimo, in moto la barca di bolina stretta stretta; levammo l'ancora al cassero. Sentimmo il mormorio delle onde.

Cambiando virata in prua e portando la barra del timone all'orza dovei lasciarla per spostare le vele sull'altro bordo. Allora la barra si staccò del fissaggio, fece un salto e di un rimbalzo al cassero cascò in mare. Vedendolo finire in acqua un marinaio chiamò mamma – o fosse stato un grido mio?
Come un cavallo senza briglie, la barca girò verso gli scogli. Il marinaio scappò in cabina sicuro che saremmo stati capovolti. Rilasciando la scotta con la mano destra, trovai una chiave inglese con la sinistra sul ponte del pozzetto. Usandola al posto della barra, tenni in rotta la barca col vento in poppa, superando di nuovo gli scogli – verso la cala da dove fummo partiti mezzo minuto prima.

Ammainai le vele che sbatterono come d'ali degli uccelli in fuga e gettai l'ancora prima che la barca si fosse arenata; si rallentò la corsa e si girò sull'ancoraggio mettendo la prua al vento.  Mi sembrò che il mare fosse stato furioso per aver perso una preda; non fu del tutto sazio della barra, ebbe assaggiato un pezzo di legno e avrebbe voluto avere di più.

* Curiosità: La cala scogliosa si chiama Skutviken ed è situato 50 km sud di Stoccolma, all'isola Rano che fu il base delle navi russe durante la guerra 1719-21 quando il mio paese venne bruciato, tranne una casetta … di legno.

GLI AFFRESCHI

(Ottobre 1984)

Dalla strada del centro storico di Roma siamo entrati nella banca, passando da un alta porta di vetro. Andavamo verso lo studio del direttore con cui avevamo fissato un appuntamento. 

Il palazzo era del '700 ed in alcune sale c'erano degli affreschi preziosi ai quali ci siamo avvicinati per fare delle foto.
Ma l'assistente del direttore era impegnato in una telefonata ed siamo stati costretti aspettare che finisse.
All'improvviso un rumore dall'ingresso ha catturato la nostra attenzione e abbiamo visto un gruppo di carabinieri entrare in divisa nera, armati di mitra, gli elmi in testa, come vestiti per una battaglia. Di colpo ho sentito il sangue raffreddarsi.

Girandomi all'impiegato di nuovo per chiedere informazioni, c'era soltanto una sedia vuota. Era scappato e aveva lasciato il suo scrittoio senza dire una parola. Era successo qualcosa di brutto e non avevo la minima idea di quale natura fosse stato – ma avevo capito che era ora di lasciare la banca prima possibile.

Dalla porta vedevo carabinieri arrivare nella strada, appostandosi dietro le macchine e gli angoli del palazzo di fronte. Da lì puntavano i fucili verso l'ingresso e altri punti strategici della banca. Non era ora di dire qualcosa, solamente di uscire dal palazzo col cuore in gola e cercare riparo prima possibile.

Quei passi all'uscita non erano tanti ma in quel momento sembravano un viaggio fino al mondo. C'era un silenzio divino. Si poteva solamente sentire il suono frusciante dei divisi militari ed i passi delle scarpe grosse al pavimento; udivo la porta cigolare.

Arrivando alla porta eravamo dovuti fermarci e lasciare spazio per altri  carabinieri che stavano entrando. Vedendo fuori il piccolo esercito in strada pronto a sparare in qualsiasi momento cercavo di trattenere la paura, ma il cuore ha fatto dei salti improvvisi; come avrebbe reagito all'improvvisa apparizione di una faccia straniera come la mia? Con la borsa del treppiedi della macchina fotografica? 

Appena in strada, che mi è sembrato una terra di nessuno, un militare ci aveva mostrato che potevamo allontanarci camminando rasente il muro della banca fino all'angolo, fuori della portata di tiro; ha accennato con due dita di stare attenti al di sopra di noi.

Raggiunto riparo dietro l'angolo del palazzo, mi ero sorpreso di sentire il calore del sole e le voci umane; mi chiedevo se fossi vivo o stessi in paradiso.

AMARCORD

(Novembre 2012)

Si svolge in un paese d'Italia al mare negli anni '30 e si tratta dei personaggi del villaggio a quei tempi interpretato dal regista Federico Fellini proprio della sua infanzia che allora era un ragazzino. È un film molto divertente, sorrido ancora pensando a qualche scena; il film è anche un bel ricordo della mia gioventù quando andavo spesso al cinema a vedere film, e dopo questo racconto scherzevole mi è proprio nato l'amore per quei film italiani; mi erano stati molto simpatici) perché descrive caratteri e vicende esagerati, caricature delle persone della fantasia mischiato colla verità dal punto di vista d'un bambino, come ha compreso abitanti e vicini della sua infanzia, o diciamo una società intera quando era giovane. 


Una delle tante scene indimenticabili, che mi è rimasta cara tutta la vita, racconta una gita della famiglia del protagonista una domenica in campagna all'ospedale psichiatrico per andar a trovare lo zio, dov`è stato portato, e ci vive, probabilmente da anni. 

È una bella giornata della primavera e il padre che è tanto orgoglioso di sé stesso e della sua automobile, il suo simbolo della potenza propria, della sua ricchezza. Pensa che fa una cosa buona a visitare - con tutta la sua grande famiglia - lo zio, il suo fratello, e offrirgli una gita fuori le mura della clinica. 

All'ora di pranzo fanno una sosta su un bel prato in campagna per mangiare il loro cesto delle provviste. Tutti sono contenti, parlano fra di sé, mangiano bene, sorridono. I bambini giocano sui prati, felici. A un certo punto lo zio scompare e nessuno capisce dov'è andato, ma ad un tratto lo si sente gridare da poca distanza. Si è arrampicato su un albero qualche metro ripetendo continuamente ad alta voce: “Voglio una donna!”. Ecco la sua necessità vera in confronto l'idea del fratello che ha pensato che lo zio/fratello fosse una persona con poco pretese. 

La lagna dello zio risuona lontano nella campagna che ormai ha persa la sua purezza, e il padre/fratello diventa tanto nervoso di essersi trovato in questo disonore collo zio che non vuole scendere dall'albero finché gli hanno portato una donna! Cercano di fargli smettere gridare ma invece di scendere incomincia lanciare sassolini ai nemici sotto l'albero che allora devono cercare riparo. Il padre deve chiamare gli infermieri dell'ospedale che poco dopo arrivano in divisa bianca colla loro ambulanza e la bella domenica é finita.

Ma, quel lamento dello zio mi è stato molto simpatico da allora.

SOGNI

(Dicembre 2012)

Avrei vissuto un bel periodo dell'anno alla mia casettina al mare di Gotland - se avessi avuto soldini abbastanza di poter star lontano della vita civile.

Al mare avrei ascoltato la voce della natura; l'andar e venire delle onde del mare alla spiaggia e lasciare il tempo scorrere e scorrere; ascoltare il vento soffiare i rami degli alberi – oppure aspettare il silenzio totale. 

Di sera avrei contemplato i migliaia delle stelline nel cielo sereno o le fiamme del fuoco alla stufa. Mi avrei trovato sdraiato col libro nelle mani leggendo quel racconto che avrei voluto letto da tanti anni. Mi avrei lasciato addormentare dopo pranzo ogni pomeriggio, felice della coscienza di svegliarmi più tardi colla subitanea sensazione di non capire chi io fossi o dove mi trovassi; felice di lasciarsi percepire improvvisamente della nostalgia d'un tempo passato...

Avrei camminato e seguito i sentieri presso al mare, avrei guardato gli uccelli in fuga dall'inverno o al ritorno della primavera.

L'altra meta dell'anno avrei vissuto in un città; avrei goduto i rumori del traffico, respirandone la puzza della benzina. Avrei visitato e mangiato ai ristoranti lussuosi o poveri, di qualsiasi genere,  per godere il loro menu. Avrei visitato i musei moderni e assaporare la struttura dei palazzi della città. Se ci fossero stati canali o fiumi avrei sicuro preso un piccolo traghetto per vedere le luci della città dal ponte. A tarda sera avrei letto quel libro preferito al ventesimo piano nella stanza bellissima a quel l'albergo dalle quale finestre si potessi vedere le luci notturni della città. 

Mi avrei addormentato col sogno di viaggiare il mondo; colla barca a vela a Egitto a visitare i posti preistorie, le grotte in Sahara che contengono affreschi dei ippopotami, la savana e i cacciatori armati in cerca di preda.

INFANZIA

(Settembre 2012)

Mi commuovo pensando a quel ragazzino che ero allora.

Vedo un bambino coi capelli biondi lunghi correre e giocare al calcio con gli amici sul campo di ghiaia del quartiere fino a tarda sera nella scarsa luce del tramonto finché non sia completamente buio e le loro madri che gli gridano dalle finestre dei palazzi di tornare subito a casa, a cenare, a fare i compiti, perché all'indomani sarebbero andati a scuola dove le professoresse li avrebbero aspettati svegli alle scrivanie perché gli avrebbero insegnato matematica cosa che era tanto importante per il loro futuro. 

Ma nessuno di noi badavamo a sentire a quello che ci dicevano perché giocavamo sempre il finale della coppa mondiale e facevamo sempre “morte improvvisa”; vittoria e gloria alla squadra che avesse fatto l'ultimo gol!
Ogni tanto i nostri padri intervenivano nella partita a prenderci per le braccia e trascinarci dal fuori campo perché noi non ne avevamo nessuna intenzione di abbandonare finché non avessimo vinto o fossimo morti; lasciare il campo senza concludere una partita sarebbe stato un disonore impensabile cosa che avrebbe dato chiunque il cartellino rosso per tutta la stagione.

Mi ricordo ancora la gioia pura tra di noi ragazzini dopo aver fatto un gol su quel campo duro di ghiaia, sul quale mi era capitato spesso di cadere sulle ginocchia e farmi del male a sangue; ma il dolore al campo di calcio non faceva male come quello al di la del gioco.