måndag 3 juni 2019

Venere Privata (1966) di Giorgio Scerbanenco.

Un narratore inaffidabile e i suoi personaggi inverosimili o disobbedienti in cerca di autore.

Un’analisi di certi aspetti del giallo-nero Venere Privata (1966) di Giorgio Scerbanenco guidata dallo spirito dello scrittore Lugi Pirandello e le sue ultime righe del capolavoro Sei personaggi in cerca d'autore (1993):

“Ma che finzione! Realtà, realtà, signore! Finzione! realtà! Andate al diavolo tutti quanti! Non mi è mai capitata una cosa simile! E mi hanno fatto perdere una giornata!” (op.cit., p. 116)


Uno dei protagonisti di Venere Privata, Davide, compra sesso da una prostituta a lui sconosciuta, Alberta. Lei si uccide la notte stessa e lui se ne considera responsabile, e in seguito a ciò sviluppa una dipendenza da alcol.

Il personaggio Davide è illogico. È figlio di un uomo ricco. Guida la sua macchina veloce alla ricerca di storie d'amore veloci con prostitute sconosciute. Ha già fatto così tante volte. Non ha mai avuto una storia d'amore normale. Perché sviluppi invece angoscia da questa unica veloce avventura è qualcosa di poco chiaro; e perché poi la trasformi in una dipendenza da droghe è oscuro; un'ansia per di più si basa solamente su una piccola notizia che ha letto del così detto suicidio in un quotidiano. Inoltre, un'indagine di polizia completamente improbabile perché classifica  l'incidente come un suicidio, anche se nessuno strumento è stato trovato sul  luogo dell'incidente. Sono sequenze narrative poco credibili.

Un anno dopo, suo padre assume l'ex medico Duca Lamberti (l’altro protagonista) con il  compito di curare Davide dalla sua dipendenza da alcol. Il padre, un industriale del boom economico italiano degli anni ´60, ha cercato di curare il figlio lui stesso con ogni sorta di metodi bruschi. E non ci  è riuscito. Un uomo nella sua posizione avrebbe piuttosto cercato un aiuto più professionale, e non un ex-medico che è stato dietro le sbarre per tre anni per eutanasia! Chi sa cosa potrebbe fare un tipo del genere con qualcuno che è dipendente dalla droga? L'alcolismo non è una forma di lento suicidio? Il passo verso l'eutanasia, il suicidio assistito, è dietro l'angolo, no?

Davide dice a Duca che la causa del suicidio di Alberta è stata sua. Duca quindi comprende il motivo della dipendenza da alcol di Davide. Come se la tossicodipendenza per definizione sia causata da fattori psicologici! Inoltre, diagnosticato da un ex medico che nel suo mestiere si occupava dei disagi del corpo!

L'ex medico si rende anche conto da un minuto ad altro che Alberta non si è tolta la vita perché non è stato trovato qualche strumento di morte sulla scena del delitto. Qualcosa che né l’intero corpo della polizia di Milano né la stampa metropolitana hanno realizzato in un anno intero! Una sequenza narrativa poco credibile.

Duca scopre una ex amica di Alberta, Livia, e che lui è l’idolo di Livia perché aver fatto questo atto di eutanasia!

Il cerchio è chiuso; tutti conoscono tutti; Davide incontra Alberta che conosce Livia che riceve una telefonata dalla sua star Duca che cura Davide; la faccenda del misterioso suicido può essere risolta. Che coincidenze narrative inverosimili nella Città metropolitana di Milano!

E poi: Livia è una frigida che si prostituisce come esperimento sociologico. Duca usa Livia come esca per incastrare  l'assassino di Alberta. Il sicario e Livia si incontrano in un luogo fuori mano. Il killer capisce che Livia è stata amica di  Alberta perché entrambe erano esperte di scacchi!

Ma l'autore non lascia il narratore uccidere Livia perché il personaggio Duca ha preso vita autonoma e si è innamorato di Livia! Sebbene precedentemente abbia  lasciato i personaggi uccidere Alberta e una sua amica in modo bestiale e complicato per la stessa ragione di ora -  una pellicola Minox.

Invece ora l’autore lascia che i malviventi  abbandonino la loro prigioniera e la camera di tortura. È come se l’autore avesse messo giù la penna con cui stava scrivendo il thriller e avesse oralmente cacciato via gli aguzzini. Come un intervento di Dio!*

Perché lo scrittore permetta ai criminali di abbandonare il loro posto è del tutto incomprensibile. Se i personaggi ora capiscano che la loro preda è mandata dalla polizia, dovrebbero aver capito che la loro casa è sorvegliata, almeno l'entrata principale. Ma, questo è proprio la strada con cui  l’autore fa fuggire i criiminali:  l’uscita principale.

E perché l'autore lasci che gli eroi prima partano all’inseguimento dei rapitori, invece di andare a vedere che cosa sia successo a Livia, appare anche del tutto inspiegabile. Non possono avere la minima idea di cosa sia successo a Livia dentro lo studio Foto Pubblicità Modellistica. Sono stati fermi, a 100 metri di distanza, con un binocolo diretto alla porta d’ingresso, per mezz'ora! Avrebbero dovuto capire che Livia era in pericolo di morte visto che sanno cosa hanno fatto i bastardi con Alberta. Avrebbero dovuto prima occuparsi di Livia! E poi chiamare la polizia e l'ambulanza alla prima occasione!

E perché il narratore presti la sua voce all'autore e lasci esso lanciare pregiudizi sugli omosessuali è completamente fuori posto, incomprensibile; non si capisce lo scopo, è di rendere l’antagonista più feroce e capace di qualsiasi atto di bestialità? (Con il sistema giudiziario di oggi tali dichiarazioni sono probabilmente punibili. In ogni caso, un editore di oggi non permetterebbe che vaneggiamenti del genere andassero in stampa e mettesse in pericolo la casa editrice quando il messaggero così chiaro è l'autore stesso!):

“un invertito, un vero, squallido terzo sesso, adesso tutto l'incolore della sua persona fisica si spiegava, doveva essere l'incolore mostruoso dei mutanti  descritti nei romanzi di fantascienza, a metà strada esatta della mutazione, quando hanno ancora solo l'involucro umano, ma mente e sistema nervoso appartengono già all'orrenda nuova specie.” (op.cit., p. 182)

Il narratore ha, in passato, tenuto l'autore col pugno di ferro e non gli ha permesso di comunicare opinioni dispregiative né sulle prostitute né sulle donne frigide; al contrario, ha tranquillamente permesso ai protagonisti di pagare per sesso mercenario senza ficcare il naso nelle loro storie d’amore, anzi il narratore gliel’ha fatto fare con signorilità!

“Alcuni biglietti // passarono con molta discrezione dalla tasca della sua giacca [di Duca] alle borsette delle casalinghe” (op.cit., p. 25)


* Ora nulla può mettere in pericolo la nuova relazione amorosa di Duca e Livia - e i gialli-neri in arrivo dell’autore e dei suoi investigatori innamorati e i futuri omicidi difficili che devono risolvere per il reddito annuale dell’autore!


BIBLIOGRAFIA

Pirandello, Luigi (1993). Sei personaggi in cerca d'autore. Torino: Einaudi
Scerbanenco, Giorgio (2014). Venere privata. Milano: Garzanti

Le colpe dei padri (2011) di Alessandro Perissinotto.

Un personaggio alla ricerca della sua reminiscenza perduta; un’analisi del protagonista di Le colpe dei padri (2011) di Alessandro Perissinotto.

Guido Marchisio vive la sua vita statica in  un quartiere benestante a Torino, serenamente, in pace con sé stesso, sicuro che non gli manchi niente: ha una famiglia; genitori, una giovane bella fidanzata, e una missione lavorativa di grande rilievo e a cui è fedele, è pieno di compiacimento; in breve, un uomo di successo economico e personale.

Guida la sua Mercedes nera verso il suo  regno, un’azienda multinazionale in fase di ristrutturazione. si siede nel suo ufficio e lascia i  dipendenti perdere i propri posti di lavoro e spese di soggiorno senza nemmeno riflettere sulle conseguenze. Se c’è una qualità che tutti riconoscono all’ingegner Marchisio è la sua grande capacità di concentrazione. “Delle due poltroncine disposte scelse quella di destra, come aveva sempre fatto in quell’ufficio, per lui era solo un modo per mantenere l’ordine nella propria vita.” (op.cit., p. 49)

Finché un giorno Marchisio - dopo aver scampato per un pelo alla morte in un incidente stradale (per la seconda volta si renderà conto più tardi) - incontra un uomo in un bar che lo scambia per un certo Ernesto Bolle. Rimane profondamente colpito da quella rivelazione, che rompe la vita tranquilla in cui si è carcerato, e che mette in moto l’azione del racconto.

L'incontro al bar è come un momento di concepimento che lo  porterà alla rinascita di sé stesso; un risorgimento personale, lento ma inesorabile, che essenzialmente lo trasformerà in un altro essere umano, e verso  un personaggio più empatico.

La faccenda dell’incidente stradale e dell’incontro al bar lo rende più sensibile, come se l’esperienza di aver sfiorato la morte e di avere un sosia abbia fondamentalmente scosso le sue certezze di vita. D’ora in poi inizia a pensare alle piccole impressioni quotidiane. “si domandava cosa davvero lo unisse alla persona che gli camminava a fianco tenendogli la mano. Gli pareva di usurpare il posto di qualcuno.” (op.cit., p. 69)

Le ricerche lo riporta a una infanzia che non ricorda, ai quartieri in cui giocava e viveva da bambino, ai genitori defunti, che non conosceva fossero i suoi, alla loro lotta per la gente più vulnerabile,  agli operai della Fiat negli anni ‘70 e le loro situazioni precarie, agli amici a cui era mancato dal giorno in cui scomparve dalla loro vita: analessi delle immagini speculari di esseri umani e della loro vita quotidiana che Marchisio in precedenza non sapeva neanche esistessero.

Quando poi periodicamente Marchisio visita i quartieri popolari nella sua costosa macchina nera, è come se stesse scendendo nell'acqua battesimale per lavare via la sua vecchia vita. “Quell’avanzare lento, quel susseguirsi di vie sempre uguali, quel guardare senza capire gli procurò un senso di disorientamento, una sorta di ipnosi. Due mondi paralleli si sfiorarono ed ebbero paura.” (op.cit., p. 103) Lì Marchisio incontra il nonno di Ernesto che gli racconta dell'incidente d’auto di 40 anni prima in cui Ernesto e i suoi genitori furono coinvolti. Loro morirono sul colpo ma il ragazzino fu salvato per miracolo, perse soltanto la memoria. Le autorità negarono l’affidamento al nonno ma lasciò che una coppia dell’alta borghesia si prendesse cura del bambino.

Quando Marchisio capisce che non sta cercando suo sosia o un gemello, ma proprio sé stesso inizia una dolorosa metamorfosi di cui inizialmente non è consapevole.

Una fotografia ritrovata dell'infanzia che mostra Guido da ragazzino abbracciare una ragazzina e in braccio a loro, un bastardino, diviene importante per la rinascita di Ernesto. Lui e la ragazza, ormai alla loro età, si rincontrano e si prendono cura di un cane di un canile e lo portano a spasso come avevano fatto da ragazzini; e in quei pomeriggi, è come se Guido Marchisio non sia mai esistito.

Le sue ricerche su  Ernesto lo portano anche a un rinnovato e più personale rapporto con i suoi genitori adottivi chiedendo loro la verità sulla sua origine “concedeva un’epifania del proprio amore paterno nel momento stesso in cui ammetteva [il padre adottivo] di non essere padre.” (op.cit., p. 343)

Ma le sue indagini e le conversazioni - con i suoi amici ritrovati - sempre più riflessive sulla sua infanzia e sulla storia in parallelo degli operai alla fabbrica della Fiat porta Marchisio alla fine a capire chiaramente che il processo di purificazione passa per la morte mentale, nell’annientamento di tutto quello che finora è stato per poter rinascere come Ernesto Bolle; e il processo di purificazione richiede il sottoporsi ad alcune umiliazioni; tra l’altro si costringe a vedere la fidanzata tradirlo nel loro letto comune per capire che lui non la ama più.

L'evento che alla fine gli  fa decisamente voltare le spalle al suo lavoro e alla sua vita passata e a lanciarsi nella paradossale gioia dell’umiliazione, è quando una giovane donna da lui licenziata dall’azienda si toglie la vita gettandosi sotto  un treno. Da allora rinnova quotidianamente la propria umiliazione, a testa alta attraversa l'azienda, incrociando gli impiegati con aria stoica, deciso a non far vedere alcun pentimento, affinché il pentimento stesso, sia reso perfetto dal ribrezzo di chi lo incontra. “Nessuno avrebbe più bisogno di lui se non come capro espiatorio.” (op.cit., p. 571)

I suoi ultimi gesti di rinascita: restituisce le chiavi all'ufficio della società e della Mercedes; lascia l’azienda a piedi, si toglie la giacca e la getta nel fosso che costeggia la provinciale. Mette da parte il lavoro di matematica, il percorso che il padre adottivo una volta l’aveva costretto a studiare, e si iscrive agli studi di veterinario. Lascia la bella casa alla fidanzata. Non si protegge più in una scatola di alluminio o dietro una scrivania di un ufficio o al fianco di una bella fidanzata; d'ora in poi, cammina spesso, sostiene che è per il bene del cane. E si lascia intervistare da un giornalista probabilmente perché vuole fare una chiusura finale dei conti come Guido Marchisio.

Successivamente si presenta come Ernesto; Ernesto Bolle.

BIBLIOGRAFIA

Perissinotto, Alessandro (2013). Le colpe dei padri. Milano: Grandi & Associati. Ebook