lördag 15 februari 2014

INFANZIA

(Settembre 2012)

Mi commuovo pensando a quel ragazzino che ero allora.

Vedo un bambino coi capelli biondi lunghi correre e giocare al calcio con gli amici sul campo di ghiaia del quartiere fino a tarda sera nella scarsa luce del tramonto finché non sia completamente buio e le loro madri che gli gridano dalle finestre dei palazzi di tornare subito a casa, a cenare, a fare i compiti, perché all'indomani sarebbero andati a scuola dove le professoresse li avrebbero aspettati svegli alle scrivanie perché gli avrebbero insegnato matematica cosa che era tanto importante per il loro futuro. 

Ma nessuno di noi badavamo a sentire a quello che ci dicevano perché giocavamo sempre il finale della coppa mondiale e facevamo sempre “morte improvvisa”; vittoria e gloria alla squadra che avesse fatto l'ultimo gol!
Ogni tanto i nostri padri intervenivano nella partita a prenderci per le braccia e trascinarci dal fuori campo perché noi non ne avevamo nessuna intenzione di abbandonare finché non avessimo vinto o fossimo morti; lasciare il campo senza concludere una partita sarebbe stato un disonore impensabile cosa che avrebbe dato chiunque il cartellino rosso per tutta la stagione.

Mi ricordo ancora la gioia pura tra di noi ragazzini dopo aver fatto un gol su quel campo duro di ghiaia, sul quale mi era capitato spesso di cadere sulle ginocchia e farmi del male a sangue; ma il dolore al campo di calcio non faceva male come quello al di la del gioco.

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